Recensione: 666 Goats Carry My Chariot

Di Alessandro Marrone - 16 Marzo 2020 - 0:00
666 Goats Carry My Chariot
Band: Bütcher
Genere: Black  Heavy 
Anno:2020
Nazione:
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85

Che il 2020 non sia partito propriamente con il piede giusto è un dato di fatto. Discorso per fortuna differente per quel che riguarda una manciata di nuovi album che ci stanno tenendo ben più che semplice compagnia in questi primi e difficilissimi mesi dell’anno. Una delle novità più entusiasmanti proviene da un angolino d’Europa chiamato Belgio, luogo in cui raramente capita di concentrare le nostre attenzioni. Non sarà più così. Si chiamano Bütcher e danno alla luce il secondo album della loro giovane carriera, nonché il primo per l’etichetta francese Osmose, che di black metal ne mastica parecchio. Intitolato 666 Goats Carry My Chariot e con una cover a metà tra Conan Il Barbaro ed i più tradizionali stilemi cvlt, è uno di quei pochi e ancor più rari dischi che arrivano, conquistano e vincono.

In un periodo in cui il sound sembra piuttosto uniformato e dove skippando tra le discografie diventa sempre difficile trovare elementi che caratterizzino una band rispetto a un’altra – big compresi – i Bütcher sono la fatidica boccata di aria fresca. Il loro è un incredibile e ruvido ibrido che sposa le velocità dello speed metal con la ferocia e l’umida violenza del black. Una sorta di 3 Inches Of Blood sotto anfetamine, di Celtic Frost 3.0, se proprio non potete fare a meno di divincolarvi tra paragoni e rassomiglianze. La realtà è che invece qui siamo di fronte a qualcosa di maledettamente nuovo, eppure legato in maniera indissolubile a più di uno schema che ha reso il metal classico intramontabile. Dopo la breve intro capirete di cosa sto parlando già dalla frenetica Iron Bitch, non solo dotata di grande personalità, ma di un perfetto bilanciere che tiene le redini di questa biga infernale. La voce di Hellshrieker è proprio quella che il nickname lascia intendere, un acuto grido proveniente dall’Inferno e che ben si affianca alla chitarra di tale KK Ripper. La sezione ritmica, composta quindi dal bassista Wrathchylde e dal batterista Speedhammer rifiniscono il calderone oscuro con quel pizzico di Iron Maiden dell’era Di Anno. 45 RPM Metal è un’altra galoppata pazzesca e la successiva Metallström / Face The Bütcher non fa altro che confermare quanto di buono abbiamo sinora pregustato.

Prendete gli elementi indispensabili a una buona dose di metallo, aggiungete abbastanza velocità da non ha aver necessariamente bisogno di affidarsi a blast beats e ficcate dentro anche un po’ di melodia, che grazie all’assenza di spirito di autoconservazione di Hellshrieker ha modo di spaziare da urla strazianti sino a grida allucinanti. Sentinels Of Deathe allarga lo spettro verso ritmiche più thrash, ma con una frenesia paragonabile al battito del vostro cuore nel momento in cui state tentando la fuga dal braccio della morte. Qualora qualche scettico ne avesse ancora avuto bisogno, la nera consacrazione di questo piccolo capolavoro da poco più di mezz’ora arriva con la title-track, l’unica canzone con abbastanza coraggio da addentrarsi oltre i 9 minuti di durata. Cominciando con atmosfere più nordiche di quanto sentito finora, reminiscenti di quanto proposto dal buon vecchio Quorthon con i suoi Bathory migliori, veniamo trascinati lungo una epica minisuite dai toni malinconici e pronti a esplodere in un bagno di velocità e doppia cassa che non nasconde la voglia di omaggiare altri grandi dei del metallo (chi adora i Mercyful Fate starà annuendo in questo preciso momento). Viking Funeral torna su binari più tradizionali e che si convengono ad un brano che appropinqua l’ascoltatore verso l’epilogo del disco, ma Brazen Serpent è un’altra sassata sulla scatola cranica. 666 Goats si conclude con un’outro acustica, abbastanza malinconica da farci passare in rassegna la maestosità di un piccolo capolavoro contemporaneo, il quale dimostra che bastava mettere insieme i pezzi nel modo giusto e il fantastico meccanismo avrebbe preso a girare come non faceva da decenni.

Uno dei punti di forza deiBütcher è che siano da prendere sul serio, senza che però essi stessi intendano nascondersi dietro a un dito: il black metal non è più quello di una volta, né musicalmente né preso a un ampio livello di immagine e percezione da parte di un pubblico ormai più consapevole che in alcuni casi ci sia più marketing che dedizione alla causa. I belgi prendono tutto il possibile, lo mescolano con tratti heavy, speed, thrash e anche epici, coniando un proprio sound, qualcosa che non ci saremmo mai aspettati e che adesso molti di noi non potranno fare a meno. Estremi e consapevoli della strada dalla quale sono partiti (la copertina stessa ricorderà In The Sign Of The Black Mark dei Bathory, come le foto di rassegna stampa strizzano l’occhio ad alcuni tra i primi capolavori dei Darkthrone. Il punto di forza è proprio questo, l’essere riusciti a reinventare, attingendo dal meglio di ciò che si ha a disposizione. In molti dovrebbero pensarci. I Bütcher lo hanno fatto e ci son riusciti alla grande. Capolavoro? Tra dieci o vent’anni lo sapremo, per il momento è ciò che di meglio ho sentito negli ultimi anni.

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