Recensione: A Matter Of Trust

Di Stefano Burini - 9 Settembre 2013 - 9:00
A Matter Of Trust
Band: Dark Age
Etichetta:
Genere: Alternative Metal 
Anno: 2013
Nazione:
Scopri tutti i dettagli dell'album
70


Con il passare del tempo tutto quanto ci circonda, volente o nolente, tende a “ridefinirsi”. E così, a partire dagli oggetti più banali e di uso comune fino a quelli più hi-tech, passando per le espressioni verbali e a quelle artistiche, non c’è cosa che non tenda a modificare (spesso ad evolvere, talora anche ad involvere) il proprio significato primordiale in qualcosa di molto diverso da ciò da cui aveva preso le mosse agli inizi.
 
Traslando questo ragionamento al nostro campo di competenza e trattazione, il motivo per cui con la parola “automobile” ci riferiamo contemporaneamente tanto ad una Ford T del 1908 quanto ad una vettura superaccessoriata dei giorni nostri, è lo stesso per il quale oggi definiamo “metalcore” un sottogenere musicale che nove volte su dieci ha veramente poco a che spartire con l’hardcore punk degli anni ’80 e quasi altrettanto spesso ancor meno a che spartire con il thrash e il death metal.
 
Perché questa premessa? Per il semplice motivo che quando capita tra le mani un album come “A Matter Of Trust”, addirittura settimo parto dei non propriamente celebri tedeschi Dark Age, catalogato dalla stessa AFM Records come Metalcore, ci si ritrova a riflettere sul senso e sul significato di termini ed espressioni che rimangono uguali a sé stessi negli anni senza fare i conti con la continua mutevolezza della realtà, finendo per apparire quantomeno limitanti se non, addirittura, superati.
 
I teutonici, ad onor del vero, si sono sempre dilettati con il mixing di generi (dall’omonimo “Dark Age” al più recente “Minus Exitus”), dimostrando di volersi sempre tenere aggiornati e al passo coi tempi. Non stupisce, dunque, che “A Matter Of Trust” tagli definitivamente i ponti con tutto quanto poteva essere riconducibile al melodic death e al gothic più pesante, presentandosi come un album completamente calato sulla realtà del 2013. Talmente “attuale” da poter passare per il debut album di una band di poco più che ventenni, con tutti i pregi (energia, irriverenza) e i difetti (quelle piccole cadute di stile che non t’aspetti da una band così esperta) del caso. Arrivando ai “contenuti”, come potrete ben immaginare, in un album di questo tipo c’è davvero di tutto: riff tosti e ben calibrati ad ostentare una grande conoscenza della materia metal, dall’heavy al al thrash fino all’alternative metal, passando per il groove, il djent, il metal futuribile di Devin Townsend e il *core; il tutto senza dimenticare anche una certa quale inclinazione verso il pop e l’indie rock che traspare soprattutto nei momenti più calmi e dalle mutevoli vocals di Eike Freese.
 
“Nero” e in particolare “Afterlife” (non a caso scelta come singolo-traino) colpiscono subito nel segno grazie, rispettivamente, ad un rifferama teso, ad assoli di memoria hard ‘n’heavy e ad una melodia trascinante che tanto deve ai 30 Seconds To Mars quanto allo Sting di “Brand New Day”. “Out Of Time” può, viceversa, essere inserita di diritto nell’elenco delle cadute di stile: una sorta di semi-ballata dal taglio screamo che probabilmente non dispiacerà ai patiti ma che finisce per cancellare con un deciso colpo di spugna le piacevoli intuizioni della doppietta in apertura, adagiandosi senza remore sui cliché del genere. Un po’ meglio la discreta “Fight!”, di nuovo emo/*core ma con un pizzico di brio e di inventiva in più, quella che fa la differenza. Per tornare ai livelli di “Nero” e Afterlife” occorre, tuttavia, giungere alla tempestosa “Don’t Let The Devil Get Me”, una traccia in cui l’heavy classico, le tastiere sintetiche e l’alternanza growl/clean vocals convivono in prodigioso equilibrio mettendosi al servizio di un grande refrain e di piccoli tocchi di discreta classe, come l’intermezzo a base di tastiere ed archi campionati che introduce il bell’assolo.
 
“My Saviour” è un’altra top track: le vocals di Freese (prestazione monstre) scomodano addirittura Dan Swanö e i suoi Nightingale, perfettamente assecondate dalla chitarra di Jörn Schubert, dal basso di Alex Henke e dalla batteria di André Schuman, con particolare menzione per le keys sintetiche di Martin Reichert. Il crescendo vocale (e strumentale) è davvero ben orchestrato, con le strofe che graffiano a dovere prima di esplodere in un ritornello di quelli che ti restano dentro; grande, infine, l’assolo di chitarra, colmo di reminiscenze che vanno dall’hard rock all’heavy più patinato passando per il power neoclassico.
 
Fare di meglio potrebbe sembrare difficile, eppure “Glory”, pur perdendo ai punti, tiene botta sempre grazie ad una melodia portante davvero vincente e all’ottimo “contorno” messo in piedi da tutti e cinque gli strumentisti. “The Great Escape” rallenta il ritmo presentandosi come una versione leggermente metallizzata di certe cose tipiche dei 30 Seconds To Mars o dei Byrds of Tokyo, perfettamente pensata e posizionata nella scaletta al fine di allentare la tensione in vista di “The Locked In Syndrome”, un altro mix di groove/screamo e addirittura gothic metal punteggiato, ancora una volta, dalle pertinenti tastiere di Martin Reichert.
 
Il gran finale è dedicato all’oscura “Dark Sign” e all’epica “Onwards!”. La prima è una traccia in cui riescono a convivere felicemente il djent dei Periphery (incredibile come, in questo pezzo, la voce di Eike riesca a mutare al punto da somigliare a quella di Spencer Sotelo) l’hard darkeggiante dei The Cult (sentire per credere nelle strofe) e, in piccole dosi, lo screamo. La seconda una sorta di heavy/AOR epicheggiante in cui la camaleontica ugola del cantante tedesco si incanala con buona padronanza sugli stilemi dell’heavy/power melodico regalandoci un’altra prestazione di assoluto rilievo, adagiata su un tessuto sonoro denso e magniloquente che potrebbe ricordare certe cose addirittura dei Ten.
 
Ha dunque senso parlare di generi e cercare di incanalare, a forza, musica di questo tipo in un’unica, rigida categorizzazione? Onestamente, no; meglio andare dritti al sodo e spiegare che questo album difficilmente piacerà ai puristi dediti alle sonorità più classiche mentre potrà, con grande probabilità, incontrare i favori gli adepti del modern hard rock, del metalcore più “soft” e dell’alternative metal di ultima e penultima generazione, come pure affascinare gli amanti delle grandi melodie dell’hard ‘n’ heavy melodico di 25-30 anni fa. Tutti generi e sottogeneri che i Dark Age dimostrano di padroneggiare con dovizia; e pazienza se l’odore di opportunismo è di certo pungente (ma lo era anche ai tempi dei Whitesnake platinati di “1987”, tanto per fare un esempio che potrebbe apparire a molti blasfemo, ndr), le canzoni sono quasi tutte di discreta/buona fattura e con un paio di picchi realmente notevoli: per chi vi scrive, tanto basta per una promozione. Per il resto, a voi decidere da che parte stare.

Stefano Burini

Discutine sul forum nella sezione dedicata al rock duro!

Ultimi album di Dark Age

Band: Dark Age
Genere:
Anno: 2008
55
Band: Dark Age
Genere:
Anno: 2004
70
Band: Dark Age
Genere:
Anno: 1984
75