Recensione: A poetry of rain

Di Roberto Gelmi - 3 Ottobre 2023 - 12:12
A poetry of rain
Band: Subsignal
Etichetta: Gentle Art Of Music
Genere: Progressive 
Anno: 2023
Nazione:
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80

Con A poetry of rain i Subsignal arrivano a quota sei studio album. In molti lo aspettavano per vedere come la band tedesca avrebbe proseguito il suo percorso artistico. Questa volta l’artwork sembra evocare certo astrattismo simil Mondrian/Paul Klee a differenza della copertina “tribale” di La muerta. La musica comunque resta sopraffina.

Dopo un breve intro acustico, “The Art of Giving In” ha la carica giusta per aprire le danze. Ritroviamo il progressive rock quadrato e solare dei nostri: Arno Menses al microfono è una sicurezza, ma anche i sintetizzatori di Markus Maichel sono in gran spolvero. Ascoltare i primi secondi “Marigold” e non pensare a certi Genesis è quasi impossibile: parliamo di un pezzo dal grande potenziale, che diventa trascinante al giro di boa con un bell’assolo di tastiera ripetuto su due ottave goduriose. Dopo dieci minuti A poetry of rain già convince oltre le aspettative e non vediamo l’ora di proseguire.

Dirk Brand si diverte con una serie di fill tecnici all’avvio di “Sliver (The Sheltered Garden)”, forse il brano più spigoloso in tracklist. Troviamo infatti chitarre droppate e certe sonorità vicine ai Porcupine Tree che si inseriscono nel filone oscuro del progressive solitamente poco esplorato dai Subsignal. “Impasse” è una discreta ballad con un finale molto bello impreziosito dall’assolo di Markus Steffen. “Embers Part II: Water Wings” (sequel della part I contenuta in Touchstones, album del 2011) impiega quasi tre minuti prima di esplodere e trasformare le braci in fuoco e fiamme. Il sound si fa di colpo saturo degli accordi di chitarra elettrica ricreando il famoso accostamento con le linee vocali pulite di Arno Menses che è il trademark della band tedesca.
Gli ultimi venti minuti dell’album sono altrettanto godibili. I tempi dispari di “Melencolia One” richiamano i Rush, ma le ritmiche sono a tratti metal; non mancano le seconde voci, i continui cambi di atmosfera e l’attitudine rock, cosa chiedere di più? Vince il premio come miglior titolo del lotto la seguente “A Wound Is a Place to Let the Light In”, composizione raffinata con un altro highlight di tastiera (quasi sembra di ascoltare Jordan Rudess!) e l’ennesimo ritornello corale.

Il brano più lungo in scaletta è la conclusiva “The Last of Its Kind”. L’avvio è dissonante e poco easy-listening, abbiamo a che fare con una song dotata di un certo fascino ma non immediato. Basti segnalare l’assolo imbizzarrito di sax al quinto minuto, uno dei momenti migliori del platter. Per chi volesse un’altra ballad delicata, infine c’è una bonus track, “A Room on the Edge of Forever”. Anche in veste acustica i Subsignal sanno stupire e lo fanno con una maestria rara.

 

Cosa aggiungere? A poetry of rain è un disco da ascoltare, valorizzare e consigliare ad amici e amanti della buona musica. Una delle critiche che potrebbe essere mosse alla band è la mancanza di qualche elemento sonoro innovativo, ma quando parliamo di progressive sappiamo che sono critiche oziose. Quando la proposta sonora è già ricca di suo non serve necessariamente reinventarsi rischiando di snaturare il sound originale della band. A maggior ragione se abbiamo a che fare con una band che promette di regalare altre emozioni nel prossimo futuro.

 

 

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