Recensione: A Wisp of the Atlantic [EP]

Di Daniele D'Adamo - 2 Dicembre 2020 - 0:00
A Wisp of the Atlantic [EP]
Band: Soilwork
Genere: Death 
Anno: 2020
Nazione:
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80

Un EP? Della durata di trentasette minuti? Stranezze delle case discografiche che catalogano il loro materiale in maniera (apparentemente) illogica. Il che, appunto, sembra proprio essere il caso dei Soilwork con il loro “A Wisp of the Atlantic”. Tuttavia, scorrendo gli appunti sottostanti, il tutto rientra nel naturale ordine delle cose.

Considerazioni discografiche a parte, il dischetto conclude infatti la trilogia di singoli chiamata «The Feverish Trinity», comprendente le canzoni ‘Feverish’, ‘Desperado’ e ‘Death Diviner’, ovviamente tutte presenti. Assieme a due inediti: la lunghissima ‘A Wisp of the Atlantic’ e ‘The Nothingness and the Devil’.

Una trilogia che, a detta del gruppo, si rammenta, «è un tentativo di descrivere l’aldilà, le emozioni che il tuo corpo non può contenere e le misure disperate che prendi quando senti che c’è qualcosa là fuori che ti chiama, qualcosa di molto più grande di te, ma tu sai che se potessi raggiungerlo, parlarvi, sentiresti un senso di appartenenza per la prima volta nella tua vita».

‘A Wisp of the Atlantic’, la song, pertanto, non è solo una suite coraggiosa e articolata ma il suggello di un ciclo dalle tematiche assai introspettive, che esplorano il rapporto fra emozioni ed esistenza. Lo stesso brano è incentrato sul concetto di alienazione. Di come, cioè, sarebbe vivere nel Mondo provenendo da altrove, per esempio da Atlantide. Non a caso, difatti, esso invita gli ascoltatori a immergersi nell’elemento primordiale principe: l’acqua. Acqua da cui, secondo la teoria evolutiva, proviene ogni essere vivente. Che, prima o poi, se vorrà sopravvivere, una collocazione nel Mondo la dovrà pur trovare.

Per quanto riguarda la musica… poco da dire. Nel senso che l’immensa classe della formazione di Helsingborg erutta da tutte le note dell’EP. La grandiosa opener-track, frutto del talento compositivo del chitarrista David Andersson, si dimostra a tutti gli effetti un riuscitissimo esperimento di progressive metal. Non ci si deve aspettare uno sproloquio di tonnellate di musica in tempi dispari, però, come accade per troppi – a parere di chi scrive – gruppi che si cimentano con il genere. I Nostri badano alla raffinatezza e alla pienezza della scrittura, senza strafare ma correndo con fluidità lungo una strada ricchissima di cose da gustare. Certo, Bastian Thusgaard propone ritmi cangianti, sino a sfondare la micidiale barriera dei blast-beats, tuttavia quello che sorprende è la capacità di variare se stessi senza esagerare, inserendo magari qualcosa di estraneo al metal come il sax ma non venendo mai meno ai dettami di base che identificano i Soilwork come unici al Mondo.

Del resto, quando fra le proprie fila si può annoverare un formidabile cantante come Björn “Speed” Strid tutto è possibile, data la sua perfetta interpretazione di più stili vocali come clean, growling e harsh, nella quale egli passa dall’uno all’altro con disarmante naturalezza. Ma non solo: ogni segmento della canzone è dotata di una certa melodiosità, contenendo peraltro tanta musica, fra soli di chitarra luccicanti come le onde baciate dal sole e improvvise aggressioni alla giugulare. Si può quindi affermare che l’esperimento di cui sopra sia perfettamente riuscito anche alla luce, ultimo ma non ultimo, di un chorus spettacolare dal sapore di sale, che sarà difficile dimenticare in fretta.

Anche le altre tre tracce già note, e specificamente le ridette ‘Feverish’, ‘Desperado’ e ‘Death Diviner’, mostrano una band in grande spolvero, dal sound fresco e moderno nonostante i cinque lustri di esistenza. In esse, fra l’altro, si può apprezzare un riffing davvero di alto livello. Vario, presente, vero pilastro portante di un suono potente, poderoso, snello nonostante la sua pesantezza.

Riffing feroce che si ritrova anche nell’altro inedito, la closing-track ‘The Nothingness and the Devil’. Il cupo rombare del basso fornisce uno spesso tappeto ritmico assieme al veemente pestare Thusgaard, che identifica un brano rutilante e allo stesso tempo massiccio, sulla cui sommità, a mò di marchio di fabbrica, salgono le splendide linee vocali interpretate così bene da Strid.

Chi pensava che i Soilwork avessero già detto tutto, insomma, è servito.

Daniele “dani66” D’Adamo

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