Recensione: Advent Of Wounds
Secondo album (dopo “Leprous Daylight” del 2023) per il duo paulista dei Fossilization e nuovamente sotto l’egida dell’italianissima Everlasting Spew Records. Ancora una volta, V. (al secolo Thiago Oliveira) e Z. (Fernando Da Silveira) riescono a concretizzare un vero e proprio compendio di death metal brutale tendente al doom, non tanto in termini di lentezza (le ritmiche sono decisamente sostenute), quanto piuttosto relativamente alle atmosfere soffocanti, oscure e completamente prive di qualsiasi barlume di luce. C’è grande omogeneità in “Advent Of Wounds”, nessun compromesso e ogni stacco atmosferico sembra essere costruito come base per una nuova ripartenza.
I sette pezzi che compongono la nuova fatica dei Fossilization sono strutturati, sufficientemente complessi e mettono in luce una sostanziale maturità compositiva: l’impatto è sì brutale, ma mai davvero animalesco o istintivo. Un tappeto di batteria, spesso parossistico, fa da sfondo a un riffing essenziale quanto implacabile. Padri putativi sono sicuramente gli Incantation più cupi e i sempre agognati Mortiferum; voce e chitarre sono estremamente amalgamate, in una resa sonora compatta, uniforme e molto lontana da qualsiasi produzione artificiosa o modernistica. I Fossilization trovano la loro genesi sicuramente nella vecchia scuola degli anni ‘90, ma non suonano propriamente vintage alle orecchie di chi li ascolta. La proposta, come prima anticipato, è articolata, ma non assimilabile alla celebrata ondata disso-death, in quanto il filo conduttore dei loro pezzi è comunque relativamente lineare: un saliscendi coerente che non fa che amplificare la brutalità del lavoro. Un elemento che riporta a qualche decennio fa è la classica linea di chitarra che fa da traino sull’esasperato tappeto creato dalla base ritmica.
È difficile evidenziare un brano a scapito di un altro: “Advent Of Wounds” è un’uscita discografica da ascoltare tutta d’un fiato. Sono piuttosto certi passaggi che risaltano più di altri, e ciò capita spesso proprio quando un rallentamento interrompe il fino ad allora inarrestabile blast beat di batteria che, quando rallenta, sembra voler enfatizzare il suo essere basica, ben lontana dai folli virtuosismi che ultimamente sembrano caratterizzare questo strumento all’interno della scena death metal moderna.
Forse solo “Servo” si distanzia leggermente dalle altre tracce, col suo incedere marziale e cinematico che si sviluppa in un pezzo che alterna accelerazioni e stacchi cadenzati, il tutto confezionato con sonorità che cercano di enfatizzare la teatralità della composizione.
Il cantato oscuro di V. è chiuso su sé stesso, ma è proprio tutto il lavoro a trovare la sua essenza primordiale in una sorta di impermeabilità: i Fossilization sembrano veramente suonare per loro stessi e anche la lunghezza delle canzoni rimarca questo orientamento alla poca immediatezza, alla scarsa fruibilità. Chiaramente la produzione è sporca, annerita, ancorata a uno stile datato. Stile che, ovviamente, rifugge da videoclip e da qualsiasi ammiccante stratagemma promozionale, in un reale sforzo di coerenza; un disco così ortodosso non potrà che trovare terreno fertile tra i cultori del death metal più intransigente, mentre appare oggettivamente improbabile che riesca a sedurre chi non è già immerso fino al collo nel genere.
Pur non cambiando le regole del gioco, “Advent Of Wounds” dei Fossilization è una solida affermazione di potenza che rappresenta a dovere lo stato dell’arte di un certo modo di intendere il death metal nel 2026: sempre attuale perché mai veramente in voga. Essenziale, genuino, viscerale.
Vittorio Cafiero

