Recensione: Album Of The Year

Di p2k - 21 Novembre 2002 - 0:00
Album Of The Year
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Anno: 1997
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78

E’ veramente dura per me che ho amato così tanto i Faith No More parlare di questo “Album of the Year”, visto che questo risulta ad oggi il loro ultimo capitolo discografico, e a mio vedere neanche pienamente riuscito.
Anche in quest’occasione i Faith no More dimostrarono di essere band formata da caratteri turbolenti, e si ritrovarono a sostituire il chitarrista Dean Menta con Jon Hudson, amico di vecchia data del bassista Billy Gould, raggiungendo così il poco piacevole primato nell’aver cambiato quattro chitarristi per registrare tre album.
“Album of the Year” uscì dopo “solo” due anni dal precedente “King for a Day, Fool for a Lifetime” (Un record di velocità per i canoni ai quali i nostri ci avevano abituato), ed anche in questa occasione è la personalità dell’istrione Mike Patton a prevalere, tanto che risulta presente nei crediti di tutti i brani.
L’album, come da loro tradizione, parte subito a cannone con “Collision” dominato da un potentissimo riff di chitarra alternato a parti rallentate, il tutto a descrivere un pezzo nervoso, schizzato, in cui a farla da padrona è la tensione.
Uno dei capolavori di questo disco, ma anche di tutta la discografia dei nostri, risulta essere “Stripsearch”, dove i Faith no More fanno un largo uso dell’elettronica al servizio di una ballad per nulla scontata, grazie anche alla voce di Mike Patton, che qui sciorina una prestazione da urlo. DA ASCOLTARE E AMARE!
L’album prosegue tra momenti di grande spessore (“Ashes to Ashes”, “Last Cup of Sorrow”, “Helpless”), ad altri in cui non potrete fare a meno di dimenarvi divertiti, pogando selvaggiamente (“Mouth to Mouth”, “Naked in Front of the Computer”, “Got that Feeling”). Purtroppo ci sono anche dei brani riusciti a metà a causa di una non piena focalizzazione del potenziale degli stessi (“Paths of Glory”, “Pristina”), con l’aggiunta di una scialba ballad (“She Loves Me Not”), tracce che purtroppo impediscono a questo album di decollare come invece avrebbe potuto.
La prestazione della band è come da loro consuetudine da urlo. Mike Patton impartisce lezioni di versatilità vocale, con Mike Bordin che per l’ennesima volta si produce in una vera e propria “bibbia per batteristi”. Il nuovo innesto alla chitarra, Jon Hudson non fa rimpiangere lo storico “Jim Martin”. Billy Gould si conferma eccellente bassista, così come Roddy Bottum ricorda a tutti l’importanza delle sue tastiere nell’economia del sound dei Faith No More.Peccato che il songwriting non risulti essere qualitativamente omogeneo. E peccato soprattutto che dopo quest’ album i Faith No More si sarebbero sciolti, lasciando numerosi fans (tra cui il sottoscritto) increduli a bocca aperta, nella speranzosa attesa di un loro nuovo album a seguire una loro mai troppo richiesta REUNION.

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