Recensione: Alea Iacta Est

Di Roberto Castellucci - 1 Ottobre 2022 - 8:30
Alea Iacta Est
79

Nei mesi scorsi mi è capitato di leggere alcune interessanti parole attribuite allo scrittore Kurt Vonnegut. Dico ‘attribuite’ perché ho trovato l’informazione in un post apparso in un noto social; da buon vecchio dinosauro analogico tendo a non fidarmi mai di ciò che leggo in rete, sui social o in generale su di un qualunque monitor, persino quando il testo che leggo, o che rileggo, è stato scritto da…me. Oltretutto non ho idea se si tratti di una citazione letterale presa da un libro di Vonnegut; in tutta la mia vita ne ho letto uno solo annoiandomi assai, quindi non ho mai avuto il coraggio di ripetere l’esperienza. Insomma, che l’abbia scritta Vonnegut o meno, la frase recitava più o meno così: è necessario praticare un’arte, un qualunque tipo di arte, non per far soldi né per diventare famosi, ma per scoprire ciò che abbiamo dentro, per far crescere la nostra anima. Verissimo, concordo, sottoscrivo. Mi permetto addirittura di aggiungere qualcosa: riusciamo a conoscere noi stessi anche godendoci l’arte prodotta da altri, come ben sanno tutti coloro che, ad esempio, amano ascoltare musica. In particolare, e qui ritorno finalmente in tema, lo sanno bene tutti coloro che apprezzano le sonorità Hard’n’Heavy, la cui forza redentrice trascende il puro e semplice ascolto. Ormai ho perso il conto di quante volte, in periodi della mia vita non proprio idilliaci, la rabbia e le frustrazioni siano magicamente uscite fuori dalle casse del mio stereo, talvolta entusiasmandomi così tanto da permettermi di affrontare di nuovo il mondo a testa alta.

Molto raramente, inoltre, appaiono dischi capaci di aprire spiragli verso zone d’ombra proibite radicate profondamente nel nostro inconscio; sono opere in grado di viziarti nello stesso modo in cui ti vizierebbe un vecchio edificio abbandonato, cadente e avvizzito ma ancora capace di farti provare qualche brivido lungo la schiena. Come ormai si sarà capito, “Alea Iacta Est”, ottavo album dello storico gruppo piemontese Infection Code, ha scatenato in me la ridda di emozioni che ho cercato di raccontare con la lunga supercazzola che avete appena finito di leggere. E’ un disco difficile, inutile girarci intorno: “Alea Iacta Est” richiede parecchi ascolti prima di poter essere apprezzato. E’ uno degli album più terrificanti che io abbia mai incontrato: questo risultato viene raggiunto senza mai indulgere nel parossismo proprio di certi dischi black/brutal/death/gore/grind, spesso così esasperati da non poter in alcun modo essere presi sul serio. E’ stato uno dei pochissimi lavori ad avermi fatto esitare un po’ prima di premere play per la seconda volta, non perché non ne apprezzassi il contenuto, tutt’altro, ma perché avevo bisogno di metabolizzare bene il leggero disagio generato dal primo ascolto. A causare questo insolito sentimento hanno contributo numerosi aspetti, uno tra tutti lo stile vocale quasi recitativo del cantante, nonché membro fondatore, Gabriele Oltracqua. Il suo growl gutturale e cavernoso è prezioso, raro come una perla nera pescata dalle profondità acquatiche più melmose ed oscure: di rado mi sono imbattuto in un growl simile, brutale e freddo ma allo stesso tempo sempre comprensibile. Che dire poi delle acute e maligne urla centellinate lungo i 9 brani del disco…le sporadiche parti vocali cantate in scream, come ad esempio nei primi minuti dei brani “White Rooms” e “When The Angst Becomes Noise”, sembrano uscire fuori dalle macerie delle linee vocali dei precedenti lavori Noise della band, uno su tutti “Fine” del 2010.

Anche i testi hanno contribuito a caricare di significati la riproduzione di “Alea Iacta Est”; penso ad esempio all’ostinato ripetersi delle parole fake life, no future nel secondo brano, “Daily Slavery System”. Fin troppo facilmente queste parole ci fanno riflettere sulle nostre ‘vite fasulle’ e ‘senza futuro’ trascorse davanti agli schermi, mentre senza accorgercene diventiamo vittime di una silenziosa e terribile alienazione tecnologica, talmente pericolosa da trasformarci in una ‘simulazione di noi stessi’. Mi torna in mente anche un altro passaggio, questa volta estratto dal testo di “New Sick Revolution”, in cui ci si rende conto che, mentre tutti attendiamo ‘una nuova rivoluzione che non arriverà mai’, la Morte ci coglierà tutti con gli ‘occhi pieni di veleno’. La mia prima reazione a questi versi è stata un’istintiva presa di distanza, come se volessi allontanarmi il più possibile da queste brevi affermazioni, esattamente come fanno i colpevoli di qualche misfatto di fronte ad un reato che non hanno commesso. Chi di voi non ha mai lanciato le proverbiali peste e corna, pensando all’infame attuale situazione socio-storico-politica, per poi demoralizzarsi subito dopo mentre prende atto della propria impotenza? Non a caso il titolo dell’album è “Alea Iacta Est”, espressione latina attribuita a Giulio Cesare e tradotta notoriamente con la frase il dado è tratto. Quest’espressione indica da sempre un’azione definitiva, una decisione dalla quale non si può tornare indietro, ed effettivamente il disco sembra essere la colonna sonora di un Presente senza speranza, in cui ciò che si poteva fare non è stato fatto e in cui vige la consapevolezza che ormai sia troppo tardi per rimediare. Cito a questo proposito un paio di brani che mi hanno particolarmente colpito iniziando da “World Wide War”, caratterizzato fra l’altro da un titolo indiscutibilmente emblematico, con quella terza W storpiata nel suo significato da una semplice sostituzione di due lettere. Fra i primi elementi della canzone troviamo un minaccioso suono che sembra preso da un film horror fantascientifico, incastonato su di un tappeto sonoro d’eccezione: l’antico ‘squillo’ prodotto dagli antidiluviani modem 56K quando si connettevano a Internet. Chi avrebbe mai pensato che strumenti così semplici sarebbero stati l’avanguardia dell’attuale digitalizzazione di massa?

L’altra traccia che ha maggiormente incarnato l’irrevocabilità delle decisioni non prese nel recente passato è la succitata “When The Angst Becomes Noise”, cioè quando l’angoscia diventa rumore. Il titolo già ci avverte che dall’angoscia non si guarisce, anzi, semmai si peggiora, ma la situazione riesce anche ad aggravarsi quando si capisce che il rumore del titolo finisce per diventare una lamentela nei confronti di un’esistenza passata unicamente a produrre, consumare e crepare (‘produce, consume and die’). Ce lo dicevano già i CCCP – Fedeli Alla Linea nel 1986 con la canzone “Morire”, contenuta in uno degli album dai titoli più lunghi della storia della musica e che proprio per questo riporterò per intero: “1964-1985 – Affinità/Divergenze fra il Compagno Togliatti e Noi – Del Conseguimento Della Maggiore Età”. Sì, ce lo dicevano già loro, ma in confronto agli Infection Code, per lo meno musicalmente, i CCCP lasciavano ancora socchiusa la porta ad un briciolo di speranza, con il loro Post Punk apparentemente sconclusionato e provocatoriamente danzereccio. Con l’attuale musica degli Infection Code, invece, non c’è posto per la speranza. I brani di “Alea Iacta Est” rappresentano un minaccia continua, una serie di sassate lanciate senza sosta e senza nemmeno il bisogno di giocare la facile carta della velocità di esecuzione. La prima traccia, “In Perpetual Error“, parrebbe dirci il contrario, con uno squisito inizio in pieno stile “Demanufacture” dei Fear Factory: rumori industriali, accordi di chitarra ripetuti ostinatamente, batteria in up-tempo…ebbene, questa è una delle poche accelerazioni che troverete in tutto il disco. Quasi tutti i brani di “Alea Iacta Est” si assestano principalmente su ritmi marziali, adatti a sorreggere gli innumerevoli riff e i testi recitati, più che cantati, a cui facevo riferimento in precedenza. Non c’è il minimo accenno a un qualsivoglia assolo di chitarra o a una ‘personalizzazione’ dei suoni, il tutto all’insegna di una disumanizzazione sonora cercata, voluta e pienamente ottenuta dal quartetto di Alessandria. Ho incontrato infatti non poche difficoltà quando ho tentato di identificare il genere musicale scelto dagli Infection Code. Sono pienamente conscio della futilità insita nel voler etichettare una band, però è pur necessario mettere un po’ d’ordine. Me la caverò con le parole Industrial Thrash Metal ma “Alea Iacta Est”, così come il precedente e altrettanto ottimo album In.R.I”, è tutt’altra cosa rispetto alla produzione di gruppi come i Ministry o a dischi come “Killing Technology” dei Voivod.

Ho già scritto in un’altra occasione che i nuovi brani degli Infection Code potrebbero sembrare un incrocio tra la musica degli Eyehategod e i già evocati Fear Factory, con più di un piede ben piantato nel Death Metal più cupo e malsano. Potete a questo punto capire perché io abbia parlato di ‘sassate’: ad ogni colpo di tamburo o di grancassa, ad ogni graffiante riff di chitarra corrisponde un’ulteriore passo verso la momentanea distruzione del sorriso dai nostri volti. Non è necessario guardare negli Abissi per conoscere l’Oscurità: è già vicina a noi e la possiamo incontrare ogni giorno, proprio come diceva il geniale Edgar Allan Poe in uno dei suoi racconti più famosi, La Mascherata della Morte Rossa, il cui titolo è stato ripreso tale e quale nel quarto brano di “Alea Iacta Est”. Gli Infection Code ci spiegano che le storture della nostra contemporaneità, esattamente come la pestilenza protagonista dell’opera di Poe, sono già stabilmente radicate nella nostra vita ed è pressoché inutile cercare di sfuggirvi. Il racconto di Poe finisce così: ‘E il Buio, il Disfacimento e la Morte Rossa dominarono su tutto’. Davvero ci aspetta questo? Possibile che non ci sia una via d’uscita? Io un suggerimento ce l’ho: assecondare la corrente ed esorcizzare la negatività, rinascendo dalle proprie ceneri come le mitologiche Fenici: “Alea Iacta Est” è precisamente ciò che ci vuole per riuscirci. Siete pronti a guardarvi allo specchio? Buon ascolto!

Iscrivetevi al canale YouTube degli Infection Code cliccando qui; collegatevi poi al loro sito Web per godere di numerosi approfondimenti: https://www.ladittaturadelrumore.com/. Se ancora non vi basta, potete accedere alla pagina degli Infection Code su Spotify cliccando qui. Potete infine trovare gli Infection Code su Facebook cliccando qui; se volete arricchire la Vostra collezione di dischi, invece, visitate la loro pagina su Bandcamp: https://infectioncode1.bandcamp.com/.

Ultimi album di Infection Code

Genere: Industrial  Thrash 
Anno: 2004
73