Recensione: All Belong To The Night

Di Alessandro Marrone - 22 Novembre 2022 - 7:00
All Belong To The Night
Band: Drudkh
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Black 
Anno: 2022
Nazione:
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78

Il freddo abbraccio dell’inverno è ormai alle porte e non c’è momento più propizio per accogliere il nuovo lavoro dei Drudkh. Si tratta dell’undicesimo album e taglia anche il traguardo dei 20 anni di carriera per la misteriosa creazione di Roman Saenko, ovvero colui che si cela dietro ad una delle band black metal più interessanti e spesso ingiustamente trascurate di sempre. Il disco prodotto dalla Season of Mist (divisione Underground Activists) viene in un periodo storico ancora più particolare proprio per il fatto che i Drudkh provengono da un territorio che sta affrontando un momento drammatico: l’Ucraina. Ma la guerra e la desolazione sono argomenti purtroppo familiari al popolo ucraino, quanto a Saenko stesso, il quale compie ciò che un’artista ha il compito di fare di fronte a queste situazioni, ovvero mettere tutto in musica.

Prende così forma il nuovo “All Belong To The Night”, un disco pregno di sentimento, emozionante ed emotivo nei suoi cambi di tempo che condividono tra loro l’impenetrabile alone malinconico che ha reso la musica dei Drudkh un autentico simbolo del metal estremo meno scontato in circolazione. Ricordo ancora quando mi avvicinai ai primi album – “Forgotten Legends”, “Autumn Aurora” e “The Swan Road” su tutti – attimo in cui rimasi letteralmente folgorato da una nuova accezione della natura più selvaggia di una serie di note messe in successione e capaci di generare un alone cupo attorno, trascinandomi nelle più selvagge terre dell’est europeo. Fu come essere folgorato.

Ascoltare i Drudkh è un’esperienza che ti assale i sensi e che non si riduce mai verso un’unica direzione, quanto piuttosto alla potenza espressiva e all’accostamento perfetto di toni oscuri e malinconiche nenie che album dopo album riescono a mantenere un livello qualitativo inarrivabile ai più. Ci si potrebbe dilungare all’infinito analizzando il panorama attuale – sia quello musicale, che sociale – ma lo stereo è ormai partito e le note ci stanno guidando lungo un nuovo viaggio in una terra inesplorata, un mondo dove tutto è coperto e avvolto dalla notte più buia, di quelle che potrebbero non avere mai fine.

All Belong To The Night” si apre con “The Nocturnal One”, uno dei soli quattro brani, incaricato di interrompere il silenzio durato quattro anni. Esso lo fa ricalcando in pieno l’identità di un gruppo fedele a se stesso, alle proprie origini e orgoglioso di mettere in musica il fragoroso impatto tra dolore e forza che scaturisce in un mondo di tenebra che mai come oggi è maledettamente realtà. La successiva “Windmills” è forse ancora più evocativa e dimostra come Saenko sappia cosa occorre per continuare a offrire qualcosa di nuovo, pur restando fedele a un sound atmosferico cementificato nel nome stesso dei Drudkh. E riesce incredibilmente a perdurare, anche dopo vent’anni e 11 dischi, mantenendo il minutaggio elevato e tessendo un racconto drammatico e romantico, triste e che trasuda riscatto, definitivo manifesto di un’eredità che si dimostra forte come un vento che attraversa i secoli e trascende le generazioni.

Come nell’oscura copertina ci avviciniamo alla finestra e alla fioca luce di un candelabro osserviamo il nero della notte fuori, dove tutto è indefinito e lascia che l’immaginazione dia forma ai nostri demoni. “November”, il brano successivo, parte sul delicato arpeggio distorto di una notte piena di incubi e si sviluppa lungo 8 tra i più epici minuti della discografia dei Drudkh, ancora una volta capaci di mettere la parola imprevedibilità in un genere – quello del black metal – oggigiorno fin troppo stagnante di blast beats e scontate ritmiche alle volte studiate a tavolino. La magia di “All Belong To The Night” sta proprio nel fatto che non faccia nulla per essere semplice e nemmeno per non esserlo a priori. Se anche sembra di averlo compreso ad un primo ascolto, state pur certi che una ripetizione dopo l’altra svelerà dettagli rimasti volutamente nascosti nell’ombra di un songwriting incredibilmente ispirato e fresco come vent’anni fa.

L’album si chiude con “Till We Become The Haze”, una lunga esplorazione interiore che trascende ogni forma di valutazione oggettiva, assumendo le tinte di una sorta di suite che tocca le corde dell’animo, facendole vibrare nel maestoso disegno di “All Belong To The Night”, non semplicemente l’undicesimo sigillo dei Drudkh, ma ancora una volta un riferimento per il genere e non solo. È incredibile come sia possibile mantenere un livello qualitativo simile e come contro ogni pronostico e pensiero razionale ci possa essere una realtà come quella dei Drudkh, dove nel preciso istante in cui indossi le cuffie e premi il tasto play ti ritrovi immerso in un mondo che, un capitolo dopo l’altro, è sempre lì ad accoglierti. Il freddo, la solitudine, la paura: tutto appartiene alla notte.

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