Recensione: Alter Bridge
Il primo impatto con l’ottavo album degli “Alter Bridge” è significativo, quasi segnante. Una copertina anonima, diciamo anche sgradevole, nessun logo e il nome della band scritto con caratteri piccolissimi, con tanto di tracce di sporcizia, come si trattasse di un oggetto non degno di particolare cura. Album omonimo, oltretutto. Scelte casuali? No, decisamente no. Myles Kennedy e Mark Tremonti – leader indiscussi della band – assieme ai fidati sodali Brian Marshall e Scott Phillips sono persone troppo intelligenti per lasciare al caso elementi così particolari e non renderli parti integranti di un messaggio ben preciso.
Sono trascorsi meno di quattro anni dal precedente “Pawns & Kings”, ma solo due dai lavori solisti dei due mastermind del gruppo, e questo non è un dettaglio insignificante: ci torneremo a breve. In sostanza, l’ozio non è di casa nel quartier generale Alter Bridge, come se, nonostante i milioni di copie vendute ai tempi dei Creed, ci fosse un atavico bisogno di comporre musica. E ben venga, considerata la caratura di chi c’è dietro tutti questi brani.
“Alter Bridge”, coerentemente con l’immagine sopra descritta, a un primo impatto suona diretto, privo di qualsiasi orpello. In una parola: “adulto”. Sono lontani i tempi in cui la band veniva distrattamente descritta come “post-grunge” e già da tempo è evidente l’evoluzione che ha portato i Nostri a creare un suono molto personale, un hard rock spesso pesante e consistente, che non ha paura di sfociare nel modern metal, ormai abbastanza lontano da qualsiasi tentativo di compiacere un pubblico giovanissimo, sicuramente attratto da proposte più impattanti a livello di immagine e messaggio. Perché se c’è una cosa evidente negli ultimi Alter Bridge (e molto in questa loro ultima fatica discografica) è la sobrietà di testi, musica e contenuto.
Il disco oggetto di questa disamina è compatto e, al netto di qualche elemento distintivo tra un brano e l’altro, molto omogeneo. Suoni solidi, compressi, dove nemmeno a dirlo sono le ritmiche di Tremonti a farla da padrone, con la voce nasale di Kennedy che disegna linee melodiche lineari e caratterizzanti. Sicuramente lo stile del cantante americano è ormai delineato e certamente può non piacere, specialmente se confrontato con quanto fatto nei primi lavori; tuttavia, resta unico e personale. Non dimentichiamo che il “signore” è stato provinato per una possibile reincarnazione dei Led Zeppelin, nonché è ufficiosamente il sostituto di un certo Axl Rose (andatevi a rivedere l’Hall of Fame Induction dei GNR nel 2012).
L’album si apre con una manciata di brani tipici dell’ultimissimo stile Alter Bridge: ritmiche in-your-face (che, appunto, di post-grunge hanno poco), refrain corali e lavoro solistico ineccepibile (è stato già detto ed è giusto ribadirlo: Mark Tremonti è uno dei migliori chitarristi in circolazione. Fine della discussione), ma per un vero cambio di registro bisogna aspettare “Trust In Me”, un vero e proprio duetto in cui Myles canta le strofe e Tremonti il ritornello. Probabilmente si tratta di una formula da reiterare il più possibile, vista la crescita del chitarrista come cantante.
Dopo un brano formalmente perfetto come “Disregarded” (pescato quasi a caso nella tracklist), in “Test and Able” i ruoli si invertono ed è Tremonti a occuparsi delle strofe, lasciando a Kennedy il ritornello. Tocca alla breve “Hang By A Thread” coprire il ruolo di ballad (power ballad, questa volta): bel pezzo, soprattutto grazie all’interpretazione magistrale del cantante, ma che non raggiunge i picchi emozionali del passato. “Scales Are Falling”, ultimo singolo, non esalta, anche a causa di un refrain poco entusiasmante e di un cantato, una volta tanto, meno incisivo. “Playing Aces” soddisfa i modern metalhead grazie al tipico palm-muting tanto caro a Mark Tremonti, mentre anche “What Are You Waiting For” risulta abbastanza trascurabile, ancora una volta per la linea vocale del ritornello poco incisiva.
La palma del brano migliore va alla conclusiva “Slave to Master”: come era successo per l’album precedente (andarsi a riascoltare “Fable of the Silent Son”), è la traccia più lunga (più di nove minuti!) a rappresentare cosa il gruppo sia ancora in grado di fare. Introduzione rarefatta e d’atmosfera che lascia spazio a un attacco pesante di chitarra e a un cantato questa volta ineccepibile; la forza del brano è quella di mantenere un tiro importante nei momenti più intensi, che si alternano senza soluzione di continuità a stacchi più riflessivi. Qui i musicisti osano, dando sfogo a istinto e creatività a tutti i livelli: anche solo l’assolo di chitarra sarebbe sufficiente a dimostrare il livello della canzone. Questi sono certamente gli Alter Bridge che vogliamo, liberi di fare, anzi di strafare nel senso buono del termine.
Si evince quindi che il livello qualitativo di “Alter Bridge” sia ancora una volta alto, ma che si sia abbastanza lontani dalla perfezione. La caratura di compositori ed esecutori della band americana è fuori discussione e anche su questo nuovo album emerge chiaramente. Tuttavia, in buona parte dei brani di questo omonimo lavoro viene meno quella scintilla artistica quasi sempre presente nei precedenti dischi: l’ispirazione c’è, ma è meno istintiva e geniale rispetto al passato, forse diluita e spalmata su tutte le recenti uscite discografiche dei due compositori del gruppo. Pianificata, in un certo senso, controllata.
Le canzoni sono tutt’altro che brutte (e diciamolo: con l’attenzione necessaria a scriverne una recensione crescono parecchio), ma difficilmente diventeranno delle hit in senso stretto, nemmeno restringendo il campo alla sola discografia degli Alter Bridge. Che resta una band di caratura superiore, sia chiaro, ma che non riempirà mai gli stadi. Questo interessa a Kennedy, Tremonti, Marshall e Phillips? Probabilmente no, e va benissimo così.


