Recensione: Ascension Codes

Di Stefano Usardi - 25 Novembre 2021 - 10:00
Ascension Codes
Band: Cynic
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Progressive 
Anno: 2021
Nazione:
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83

Stavolta sono rimasto sorpreso: in tutta franchezza non mi aspettavo, per i motivi che tutti noi tristemente conosciamo, di vedere pubblicato un altro album targato Cynic. E invece eccoci qui, a sette anni da “Kindly Bent to Free Us”, a valutare “Ascension Codes”, altrimenti detto quello che potrebbe essere l’ultimo capitolo della discografia del gruppo di Miami. Un album che si pone come ulteriore tassello dell’evoluzione stilistica del gruppo, che abbandona quasi del tutto le sue radici estreme per abbracciare l’anima più smaccatamente progressive e sforna un lavoro sentito e catartico, concepito all’indomani di “Kindly…” ma rielaborato alla luce degli ultimi, drammatici anni. Diciotto tracce – equamente divise in canzoni vere e proprie ed intermezzi concettuali – per una cinquantina scarsa di minuti in cui musica elettronica e rock progressivo si guatano, si affiancano, si intrecciano e si separano di nuovo, marcati neanche troppo stretti da una voce pulita e filtrata: una giostra emotiva che fa del binomio lutto/rinascita il suo umore prevalente, colorando ogni pezzo con velature intense, liberatorie e struggenti. Echi più o meno velati al passato del gruppo spuntano qua e là e fanno il paio con fraseggi di reminiscenza Death, ma si tratta sempre di brevi e fugaci svolazzi che – anche nei loro momenti più dinamici – acquisiscono un retrogusto malinconico, smorzato e agrodolce. Ciò dà vita a uno strano mix di temperature, in cui carichi emozionali piuttosto importanti vengono stesi su una struttura asettica, algida e distaccata: il risultato è un gradiente emotivo in costante evoluzione e che non teme di cadere nell’apparente sfasamento, fascinoso e perturbante, né di disorientare l’ascoltatore per creargli qualche difficoltà di assimilazione che, però, viene fugata dagli ascolti successivi che rivelano il notevole bilanciamento dell’amalgama creato da Masvidal e soci.

Le nove canzoni di cui si compone “Ascension Codes” sono tutte dei piccoli gioielli, strutturate in maniera esemplare ma dallo sviluppo del tutto naturale, e serpeggiano con eleganza tra atmosfere impalpabili e paesaggi onirici dispensando ripetuti tocchi di classe senza bisogno di strafare e senza forzature nei cambi di tono, evidenziando proprio per questo motivo le qualità esecutive e di scrittura degli artisti coinvolti. Dall’incombenza urgente di “Elements and Their Inhabitants” alla ieraticità sognante e in un certo qual modo circolare di “Mythical Serpents” e della strumentale “The Winged Ones”, i Cynic riescono nel difficile compito di affastellare architetture ritmiche complesse a melodie dirette e fugaci, intrecciando una tecnica sopraffina e abbondanti dosi di feeling (si vedano ad esempio “Architects of Consciousness” o “Aurora” e la loro perfetta stratificazione di carica propositiva e languida indolenza). Non ci sono cadute di tono, né pezzi meno che validi. Il climax viene raggiunto nella conclusiva “Diamond Body Light”, dominata da sovrapposizioni vocali in odor di Rosa Celeste ma pervasa altresì da una tensione costante, che striscia sotto la superficie anche nei momenti apparentemente più rilassati ed esplode nei rapidi indurimenti in cui si torna a respirare (seppur in modo meno convenzionale e più dilatato) aria di vecchi tempi.

L’unico appunto che posso davvero fare a “Ascension Codes” riguarda i codici, e cioè le brevi strumentali di raccordo che dovrebbero introdurre le tracce impostando un mood e, in sostanza, dando loro il proverbiale la preparando l’ascoltatore. Purtroppo, per quanto mi riguarda, queste brevi intro sono il vero anello debole di “Ascension Codes” poiché ne spezzano sistematicamente la fluidità distraendo da un lavoro che, altrimenti, avrebbe fatto di una variegata coesione uno dei suoi punti forti. Purtroppo la tensione creata da ogni canzone viene infranta dal sopraggiungere dell’intermezzo successivo, in un continuo quanto inspiegabile ritorno al punto di partenza che in alcuni frangenti mi è risultato assai fastidioso da digerire. A parte questo piccolo inghippo, però, non posso proprio non considerare “Ascension Codes” una splendida conclusione (o perché no, magari un nuovo, luminoso punto di partenza) per i Cynic: un caleidoscopico viaggio spirituale messo in musica che in alcuni casi raggiunge un livello di autentica trascendenza e si districa tra il dolore della perdita e una speranza di pace, sempre in bilico tra inquietudine e illuminazione.
Consigliatissimo.

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