Recensione: Automated Paradise
L’uscita di “Automated Paradise” segna un momento di rara coerenza artistica, sancendo l’evoluzione del sodalizio tra Jah Wobble e Jon Klein. Nata nel 2021 con la coraggiosa rilettura in chiave dub dell’iconico Metal Box, questa collaborazione si è trasformata oggi in un duo stabile che debutta ufficialmente sotto l’egida della Dimple Discs. Per Wobble, questo disco rappresenta un ritorno viscerale alle sonorità post-punk più abrasive e spigolose, un cerchio che si chiude dopo decenni trascorsi a esplorare i ritmi del mondo. Al suo fianco, Klein, la cui chitarra ha definito le trame di Siouxsie and the Banshees e l’estetica del Batcave, si rivela il contrappunto ideale per dare forma sonora al disincanto verso una nazione in declino.
Se l’album è stato introdotto dalle ipnotiche pulsazioni motorik di “Fading Away”, è con il brano “Who Wins?” che il progetto svela la sua anima più politica e rumorosa. Quella che in origine era una densa linea di basso si è trasfigurata in un riff metal tagliente, dando vita a una canzone di protesta che punta il dito contro i palazzi del potere e l’alienante sovraccarico informativo della modernità. È un grido contro la polarizzazione sociale e lo stress collettivo, eppure, tra le pieghe del rumore, Klein riesce a far filtrare un tenue barlume di speranza nella giustizia. Wobble, dal canto suo, osserva il tramonto della civiltà con un approccio stoico e tipicamente britannico, intriso di quell’umorismo amaro che suggerisce di non prendere l’apocalisse troppo sul personale.
L’urgenza espressiva che attraversa l’opera è figlia di un processo creativo radicato nell’istinto puro, lontano dalle sovrastrutture della produzione industriale. Seguendo la filosofia di Holger Czukay dei Can , secondo cui l’azione del suonare deve precedere ogni discussione teorica, i brani sono stati scolpiti in poche ore, lasciando che i testi emergessero spontaneamente dall’atmosfera dello studio. Questa immediatezza, che richiama lo spirito empatico e militante di Mark Stewart, trae forza anche dall’impegno sociale che i due musicisti portano avanti nel progetto comunitario “Tuned In”, conferendo all’album una profondità umana che trascende il semplice esercizio di stile.
“Automated Paradise” si inserisce in un periodo di fertilità creativa per Jah Wobble, giungendo dopo il successo di “Dub Volume 1” e le collaborazioni con Horace Andy e Ken Boothe. Questo full-lenght rappresenta la sintesi definitiva tra l’eredità dei Public Image Ltd e l’oscurità elegante dei Banshees. È il manifesto di due leggende che, anziché crogiolarsi nel mito, scelgono di esplorare il silenzio per farne fluire musica nuova.

