Recensione: Aux Heures Désespérées

Di Stefano Usardi - 18 Febbraio 2026 - 10:00

In Francia il black metal è di casa. Ve ne avevo parlato anch’io in alcune occasioni su questi schermi: sia che si intenda il genere come un nerissimo esempio di malvagità, una versione più accessibile della stessa aggressività o un ramo tangente più ingentilito ed emozionale, la terra di giganti come Victor Hugo, Alexandre Dumas e André Roussimoff può vantare un rapporto decisamente stretto con la musica del Satanasso. A questa carrellata di varianti sul genere si aggiunge oggi “Aux Heures Désespérées”, secondo lavoro della one man band nota come Archvile King e nata a Nantes allo scadere dello scorso decennio. Già il debutto del gruppo, “À la Ruine”, aveva scaldato più di un cuoricino con la sua mistura di black, sprazzi thrash e melodie sinuose, ma con questo secondo lavoro il buon Baurus decide di alzare ulteriormente l’asticella. Ecco dunque che alla matrice di partenza, ancora protervamente black, il nostro aggiunge screziature ambient, rapidi squarci dall’immediatezza che strizza l’occhio a heavy e punk, elementi medievaleggianti come nel lavoro di connazionali Darkenhöld, derive tragiche e disperate, quasi intimiste e, infine, un afflato epico latente che di tanto in tanto reclama il centro della scena. Questo continuo avvicendarsi, sovrapporsi e fondersi di costituenti così apparentemente distanti, anziché trasformare “Aux Heures Désespérées” in un pastone incoerente di intuizioni mal sviluppate, dona alla musica di Baurus una personalità ben precisa e una rotondità sfaccettata ed affascinante. Le tipiche rasoiate dissonanti del black costituiscono ancora l’unità di misura del lavoro e trasmettono il giusto gelo, sostenute da una sezione ritmica bellicosa e una voce roca il giusto, ma ad esse si sovrappone una punteggiatura eclettica, multiforme, che ne scandisce i ritmi in modi inaspettati giocando con luci e ombre per intessere atmosfere eroiche, crudeli o contemplative. Il tutto senza perdere di vista l’obiettivo finale né, soprattutto, il tono narrativo che pervade alcune delle composizioni. L’uso degli strumenti e i loro rapporti nell’economia dei brani creano un tessuto connettivo sinuoso ed irregolare, capace di tenere sempre alta l’attenzione grazie ad un moto ondoso spiraliforme e dalla struttura quasi sinfonica. In “Aux Heures Désespérées” coesistono rabbia, tristezza, malinconia, enfasi trionfale, disperazione e malvagità, il tutto imbrigliato in tre quarti d’ora abbondanti di black metal atmosferico denso, sfaccettato ed ottimamente bilanciato.

Il sipario si alza su una melodia inquieta, orrifica e vagamente industrial di “Riposte”, che in breve passa all’aggressione diretta pigiando sull’acceleratore per dispensare onde sonore maligne, insistenti ed impetuose, spezzate solo sporadicamente da improvvisi stop & go e che trovano il loro climax in un finale vorticoso che sfuma nella melodia iniziale. “Le Chant Des Braves”, dopo un incipit melodico – che tornerà di tanto in tanto a farsi vivo durante il pezzo – torna sul sentiero della violenza sonora, innervando le sue raffiche gelide di una maggiore ricerca enfatica e qualche brutale accelerazione per suonare la sveglia. “L’Excusé” avanza indolente, sinuosa, sostenuta da tastiere in odor di gothic atmosferico. L’illusione dura poco più di un minuto, quando i ritmi si alzano sempre più fino a tempestare di nuovo con sventagliate furenti ma non prive di una vena melodica, per quanto stridula. La frenata arriva poco prima dell’ultimo quarto, ma si tratta della classica pausa per rifiatare prima di riprendere la rincorsa per il finale nuovamente bellicoso. Rumori cupi, riverberi cavernosi, lo scricchiolio della neve e lo sferragliare di catene aprono “Le Carneval Du Roi Des Vers”, che in un attimo parte in quarta screziando le proprie melodie di una vena sinistra che trova compimento nei brevi rallentamenti carichi di un’inquietudine decadente. La traccia si carica d’un pathos nervoso, urgente, che rompe gli argini quando ad esso si mescola l’enfasi gloriosa che ci accompagna al finale più soffuso. Una melodia cupa e vagamente aliena introduce “Sépulture”, trasformandosi poi in una nenia lugubre che acquista corpo all’improvviso, grazie a un’improvvisa sfuriata che ne impenna il tasso di violenza prima di assestarsi su ritmi meno impattanti. Ne risulta un pezzo a suo modo malinconico, dall’andamento irregolare, che fonde melodie struggenti e raffiche vorticose. L’arpeggio acustico centrale spezza questo andamento con una breve pausa dal carattere più disteso, rapidamente obliata dal ritorno delle ostilità che però, poco prima del finale, si sciolgono di nuovo nella melodia di apertura. La title track si carica di enfasi assestandosi sui ritmi medi di una marcia trionfale, inframmezzata da rapide accelerazioni dal vago retrogusto heavy che ne spezzano l’andamento da parata donandole un piglio nuovamente vorticoso, seppur venato da un sentore eroico che permane nel finale sfumato. Il sibilo del vento e una melodia carica di pathos aprono “À Ces Batailles Abandonnées”, che poi parte a spron battuto mescolando di nuovo furia black e venature epiche; la melodia portante del pezzo si nasconde tra le raffiche violente ma non abbandona mai per troppo tempo il centro della scena, avvolgendosi intorno a una sezione ritmica furente per poi spuntare dai brevi rallentamenti che permettono di rifiatare. La breve fiammata di sfacciataggine rockeggiante arriva poco prima del finale per ammantare il pezzo di un’aura solare e trionfante, per poi sciogliersi come neve al sole dinnanzi a un arpeggio soffuso, quasi crepuscolare. Un placido arpeggio e una pioggia indolente aprono la conclusiva “…Et Aux Hommes Misérables”, brano splendidamente ambient che serpeggia tra tuoni lontani e stridii percepibili a malapena per sottintendere un’inquietudine pervasiva pur essendo solo accennata. La breve fanfara posta in chiusura sembra quasi una beffa, prima che il tutto sfumi di nuovo nel suono della pioggia e poi nel silenzio che sigilla il lavoro.

Aux Heures Désespérées” è proprio un bel lavoro in cui passione, intuizioni intriganti e doti compositive degne di nota convergono in un linguaggio articolato, denso e mai banale, capace di plasmare il genere di riferimento senza tradirne lo spirito. Consigliatissimo.

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