Recensione: Axe Dragger
Quando metti assieme il bassista dei Dark Funeral (ed ex-Grave e Therion, tra le altre), l’ex-cantante dei Pantera degli anni ’80, l’ex-batterista dei Pentagram (tra le tante bands in cui ha militato) ed il chitarrista dei Fu Manchu (con questi ultimi due che hanno dato vita al progetto), tutta gente che suona da 20/30 anni e più, ti aspetti qualcosa di notevole… ed era questa la mia sensazione quando mi sono approcciato a questo debut album omonimo degli Axe Dragger che, per mettere subito in chiaro le cose, mi ha deluso alquanto. Non sempre avere delle “figurine importanti”, comporta avere un prodotto di qualità e questo ne è l’esempio lampante. Heavy metal old-style, a partire dalla registrazione realizzata in tandem da gente super-navigata come Brian Scheuble (Mötley Crüe, Whitesnake, Stone Temple Pilots, Nine Inch Nails) che ha curato il mixaggio, mentre il mastering è stato affidato a Dave Collins (Metallica, Soundgarden); viste tali professionalità, deduco che la scelta di una registrazione “claustrofobica” e vintage sia stata voluta per riportarci agli anni ‘80… fatto sta che siamo nel 2026, sono passati oltre 40 anni ed il risultato non è dei più esaltanti. Aggiungete che i 10 brani che fanno parte della tracklist non sono tutti sullo stesso livello qualitativo ed, in alcuni casi, si fatica ad andare avanti, e capirete perché il risultato finale non è dei più lusinghieri. Se le prime due canzoni non dispiacciono particolarmente, già con “Fight Another Day” rallentiamo alquanto il ritmo, con una traccia leggermente ripetitiva che non esalta particolarmente, anche per colpa della voce abrasiva e sporca di Terry Glaze.
Arriva poi l’hard rock di “Iron Rider”, alquanto banale, ma salvato da belle parti strumentali di basso e chitarra. L’oscura “Eat Me From The Inside” vorrebbe strizzare l’occhio a certe modernità in voga negli States, ma si dimostra fiacca e leggermente monotona, soprattutto per la mancanza di ritmo. Fortunatamente le successive due “Shock ‘Em Dead” ed “El Toro” hanno un po’ di brio e ridestano dal torpore. L’album proseguirà così fino alla fine, tra alti (la mosheggiante “Fire In The Madhouse”) e bassi (“The Damned Will Cry”, davvero noiosa), portandoci alla conclusione senza particolare piacere o esaltazione; ammetto che ho fatto fatica ad ascoltare e riascoltare più volte questo album (come ogni recensore onesto dovrebbe sempre fare!) perché manca di compattezza ed è troppo altalenante, senza però avere mai picchi qualitativi particolari, come invece ci sarebbe aspettato da simili musicisti di esperienza. Il full-length ha un artwork alquanto discutibile (più adatto ad una death metal band underground!) ed è composto da 10 pezzi per circa 40 minuti di durata totale. Dispiace doverlo dire, ma questo debut album omonimo degli Axe Dragger non ha le carte in regola per farsi notare in positivo; si spera per il futuro che da questo progetto statunitense/svedese possa arrivare di meglio, magari anche con una produzione al passo coi tempi, del resto esperienza e talento non mancano…
