Recensione: Bach Out of Bounds

Di Giovanni Picchi - 16 Febbraio 2026 - 12:00
Bach Out of Bounds
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Quasi a sorpresa esce “Bach out of Bounds”, primo disco dal vivo del supergruppo progressive death metal Alkaloid. La band, come sappiamo, è una sorta di cooperativa che unisce alcuni tra i migliori interpreti del genere, quali gli ex Obscura (e attualmente operativi negli Eternity’s End) Hannes Grossmann, Linus Klausenitzer e Christian Münzner, insieme al chitarrista, compositore e cantante Morean, già con Dark Fortress (insieme agli stessi Grossmann e Klausenitzer) e attualmente voce nei Changeling, altro supergruppo che ha esordito lo scorso anno con un interessante omonimo album per la Season of Mist, stessa etichetta poi che ha pubblicato i tre dischi precedenti e questo degli Alkaloid. Privi di Münzner, impegnato in America per i suoi progetti paralleli nei Retromorphosis e negli Eschaton, la band si è avvalsa della collaborazione di due ottimi chitarristi quali Justin Hombach (anche lui negli Eternity’s End) e del nuovo chitarrista dei Pestilence ed ex Dark Fortress Max Blok. A questa formazione base si sono aggiunti altri musicisti di estrazione classica, ossia due soprani, due violinisti, una violoncellista e una fisarmonicista che hanno riproposto dal vivo, in tre differenti spettacoli nei Paesi Bassi durante l’estate del 2024, una rivisitazione di tre composizioni del celebre musicista barocco J. S. Bach insieme a delle versioni aggiornate di tre brani estratti dall’esordio “The Malkuth Grimoire” del 2015 (“Cthulhu”) e dell’ultimo “Numen” del 2023 (“A Fool’s Desire” e “The Fungi from Yuggoth”). Completano la scaletta due pezzi mai pubblicati in studio, ossia “Beneath the Sea” e “Haunter of the Void”. Ignorato il secondo album in studio della band, “Liquid Anatomy” del 2018: certamente capolavori come “Kernel Panic” o la title-track non avrebbero sfigurato, ma il disco sarebbe stato troppo prolisso, anche perché le canzoni hanno una durata media che supera gli otto minuti.

In base alle dichiarazioni di Morean non è stata cambiata nessuna partitura dei brani del compositore barocco ma sono stati solo riarrangiati con l’ausilio degli strumenti moderni, mentre le canzoni della band sono state reinterpretate in base alle tecniche compositive di Bach, introducendo in esse (solo) alcuni elementi propri della musica barocca. Se prendiamo alla lettera il titolo del disco, traducibile come “Bach sopra le righe”, faccio fatica a dire che sia un esperimento completamente riuscito o un mezzo passo falso: la dimensione live non permette di celare sbavature e difficilmente può far collimare alla perfezione le forze centripete che tengono in equilibrio le varie parti, soprattutto quando si tratta di mettere insieme un certo tipo di death metal con la musica barocca. La registrazione ricalca fedelmente quanto espresso in sede live e non sembra aver avuto grandi rimaneggiamenti in sede di mixing e di produzione, anche se nei momenti in cui sono in esecuzione solo gli strumenti classici i suoni appaiono più nitidi ed equilibrati. Non ben amalgamate possono risultare le prestazioni dei due soprani Rianne Wilbers e Chrisa Tsaltampasi, che a tratti non sembrano ben inserite nell’ensemble musicale, in particolare nei brani più puramente metal. Per esempio, in “Beneath the Sea”, uno dei due inediti e terzo in scaletta, canzone alquanto ostica con un andamento in perenne crescendo, le voci non sembrano calibrate alla perfezione sul resto della musica, che è a tratti dissonante e dai suoni quasi psichedelici. A questo possiamo aggiungere una certa mancanza di intensità che proprio la musica barocca dovrebbe trasmettere e che in questo contesto non rende pienamente, vuoi perché non si tratta di un’orchestra con tutti i suoi elementi e vuoi anche perché in evidenza rimangono quasi sempre gli strumenti elettrici, soprattutto le chitarre, che in molti frangenti sono tre e alle quali gli strumenti classici ne fungono solo da accompagnamento. Tutto sommato, vedendo insieme sullo stesso palco strumenti così diversi soprattutto in questa singolare combine, è stata una scelta coraggiosa ed originale.

L’apertura è dedicata a due celebri brani di Bach, ossia l’“Allegro (BWV 1052-I)”, in cui l’alchimia tra le chitarre elettriche e gli strumenti classici sono resi alla perfezione, e l’“Adagio – All is Vanity (BWV 1052-II)”, più lagnosetto e lento e dove sono preponderanti i due soprani e il basso di Klausenitzer, ben in evidenza. L’altro brano di Bach, “Agnus Dei (BWV 232)” (dalla Messa in B minore), è una soave composizione che non si distacca dall’originale e mette in mostra la voce soprano di Rianne Wilbers e i due violini, con le chitarre di Hombach e di Morean impegnate in questo caso ad imitare il suono degli strumenti da camera come viola ed oboe, a mio dire molto ben riuscito.

Per quanto riguarda i brani tratti dai loro album in studio, “Cthulhu” segue strutturalmente l’originale ma è stravolta negli arrangiamenti: gli strumenti classici sono quasi impercettibili e i suoni delle chitarre sono schizzoidi e dissonanti mentre l’accoppiata “A Fool’s Desire” e “The Fungi from Yuggoth” vedono in particolare i due violini ritagliarsi uno spazio più ampio insieme ai due soprani che intervengono nei cori e in alcune parti soliste, cambiando in buona parte le partiture originali. L’altro brano inedito, “Haunter of the Void”, che supera i 10 minuti, vede tutti gli strumenti in azione e può definirsi in parte symphonic metal e, pur non raggiungendo alti picchi di intensità, è ineccepibile dal punto di vista tecnico, soprattutto per l’ottima prova delle tre chitarre.

Alla fine si può dire che l’esperimento è senz’altro riuscito, vuoi perché si tratta sempre di grandi musicisti, vuoi soprattutto perché la sperimentazione e la progressione passano anche attraverso la trasversalità e la ricerca di nuovi orizzonti senza per forza dover necessariamente sfornare dei capolavori. Dopotutto, quanti album considerati addirittura delle ciofeche negli anni passati sono stati rivalutati o addirittura ritenuti pietre miliari per aver aperto nuove prospettive?

L’album è reperibile sia in formato CD che in vinile doppio limitato a 500 copie, di cui una se l’è accaparrata il sottoscritto. Affrettatevi…

 

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