Dopo quattro anni dall’uscita di Remember That You Will Die tornano sulle scene i Polyphia con il nuovo disco Be Not Afraid, il quinto in studio, uscito il 23 ottobre per Rise Records.
Un disco estremamente significativo per la band texana, come dichiarato dal chitarrista Tim Henson: quarantasei minuti in cui metal, prog ed elettronica si fondono in maniera interessante e, per certi versi, coraggiosa.
Il disco si apre con Let There Be Light, seguita da With Eyes To See, ultimo singolo pubblicato. L’evoluzione nel sound è evidente sin dall’inizio: più loop, più beat, certamente accompagnati dal ritorno a una comfort zone più conosciuta come le chitarre che dominano le intere Screwtape e Power in the Blood e la molteplicità di strumenti e sonorità più complesse su They Know Not What They Do.
Più che un cambio di rotta drastico e improvviso, sembra esserci una vera e propria necessità di sperimentazione ed evoluzione: graduale, tramite l’uscita dei tre singoli ma pur sempre inevitabilmente polarizzante a primo impatto alle orecchie di chi ascolta. Sulla superficie potrebbe sembrare di avere djent, math rock e progressive da una parte e dubstep dall’altra ma è tutto molto più complesso di così – proprio come i cambi tempo su Mark of the Beast, senza dimenticare dettagli importanti nel mezzo come RNB, funky e tracce acustiche.
Can You Feel It è il primo singolo estratto, tanto caotico quanto decisivo: ci si ritrova spiazzati di fronte a qualcosa di completamente inaspettato e può sembrare anche non funzionare del tutto, ma stabilisce sicuramente un punto di partenza, una direzione più o meno condivisibile a cui decidere di poter dare attenzione. Col tempo ho imparato a non farmi influenzare troppo dai singoli pubblicati volta per volta ma di trovarci un senso all’interno del disco, considerato anche l’ordine di tracklist e il concept generale dietro un lavoro completo registrato in studio. Tuttavia, rimane la percezione che rimanga un po’ una traccia a sé, ma risulta estremamente necessaria per capire la natura del disco e non solo.
La seconda metà dell’album sembra trascinare con sé atmosfere più cupe e introspettive, come nella seconda metà di J-Bomb e Deny The Flesh o nell’intro di Devil Get Behind Me. Ultima in title track è Fear God, forse la più riflessiva tra tutte, altra canzone in grado di tenere le chitarre al centro ma senza dimenticare l’insieme di suoni presenti sullo sfondo.
C’è chi dice che sia come quando gli universi di Skrillex e Animals As Leaders si incontrano, ed è tanto accurato quanto semplicistico per un disco che si presenta inevitabilmente come fortemente divisivo: i Polyphia dimostrano di non voler più solo provare al mondo di essere incredibilmente abili con le chitarre e la musica percepita come difficile, studiata e suonata “per davvero”, ma che è studiata e suonata per davvero anche con dettagli più tecnologici, innovativi e apparentemente lontani dai principali generi di riferimento.
In un mondo in cui tutto sembra essere già stato visto, sentito e inventato, c’è chi come loro corre il rischio di osare mantenendo un livello qualitativo oggettivamente alto, senza dimenticare il punto di partenza ma guardando e proseguendo verso nuovi orizzonti, senza la pretesa di togliere e cancellare ma di aggiungere e mescolare, creando qualcosa di più consapevole e maturo.
I Polyphia saranno in tour con Perturbator e RJ Pasin in tutta Europa a partire da Zurigo dal 18 novembre; l’appuntamento con l’Italia è previsto all’Alcatraz di Milano il prossimo mercoledì 25 novembre.