Recensione: Become the Hunter

Di Daniele D'Adamo - 14 Febbraio 2020 - 0:01

Sesta prova in studio per i Suicide Silence, “Become the Hunter”, ormai ripresisi definitivamente dallo shock per l’improvvisa morte del loro cantante, Mitch Lucker, ucciso da un incidente motociclistico nel 2012.

Una ritrovata serenità che li ha riportati a essere uno dei migliori esponenti della scena deathcore statunitense. Deathcore che annovera fra le sue migliori espressioni anche formazioni d’estrazione europea come Heaven Shall Burn e Neaera – tedeschi – , ma che mai come nel territorio d’oltreoceano ha trovato la quantità necessaria ma soprattutto giusta per fiorire rigogliosamente.

Il deathcore, cioè brutale, violenta, massiccia e a questo punto si potrebbe anche scrivere sacrilego incrocio fra il death metal, inteso nella sua forma più classica, e le sonorità *.core. Con il risultato, nemmeno così ovvio, di dar vita a un perfetto amalgama in grado sia di schiacciare una superficie a dismisura, sino a sfondare la cassa toracica, sia di sminuzzare le membra per mezzo di un affilatissimo bisturi. Una commistione devastante che, quindi, ha per scopo primario quello di demolire le strutture mentali dei fan del metal estremo. Molto, estremo poiché, come più su accennato, l’energia che si sprigiona da questa tipologia di gruppi è semplicemente devastante.

Tutto ciò è elevato alla massima potenza proprio dai Suicide Silence, act ormai storico nel genere pardon sottogenere di cui si tratta. Esperienza e, assieme, grande perizia tecnica per un sound spaventoso, vero punto di riferimento internazionale per definire con esattezza quale razza di abominio sonoro sia il deathcore, quando cristallizzato nella sua forma più pura. Che, a scanso di equivoci con il cugino più prossimo, il metalcore, rifugge come fosse peste la melodia. Segno caratteristico di uno stile disarmonico, dissonante, aspro e amaro, ma incredibilmente affascinate per la sua capacità intrinseca di sconquassare tutto ciò che incontrano le sue onde di pressione con la massima pulizia di un suono tirato a lucido, perfetto.

Semplicemente fantastico l’immane muraglione di suono innalzato da un’energia che non pare avere mai fine, praticamente invalicabile da parte di chiunque, in perenne movimento traslatorio per operare la ridetta distruzione a tappeto. Senza dimenticare il micidiale riffing dalle tonalità ribassate eiettato nell’atmosfera dalle due chitarre, autrici di feroci rasoiate alla giugulare e di accordi compressi ad alto peso specifico grazie all’utilizzo perpetuo della micidiale tecnica del palm-muting. Ma, soprattutto, grazie ai terrificanti breakdown, o stop’n’go che dir si voglia, veri tuffi nell’abisso nelle ipofrequenze; necessari per innescare nel drumming la velocità necessaria a sfondare la barriera dei blast-beats (‘Death’s Anxiety’).

Tutto quanto senza omettere la bravura di Hernan “Eddie” Hermida, vocalist capace di avvicinarsi se non superare i limiti umani per quanto riguarda l’intensità da egli stesso profusa per attivare le possenti linee vocali eseguite in growling, inhale e hars vocals; queste scabre anzi scabrissime nello scartavetrare la pelle a mò di una frenetica scalpatura.

È pacifico che una tale potenza di fuoco tende a rendere il songwriting meno snello di, tanto per formulare un esempio non a caso, quello del summenzionato metalcore. Tuttavia è proprio lo stile adottato che porta a usufruire della forma-canzone anzitutto per scatenare una guerra termonucleare, più che renderla nobile individualità da mandare perennemente a memoria. Si può quindi affermare che “Become the Hunter” sia più un insieme arcigno e coeso, che fa della sua compattezza l’arma migliore.

Preso da questo verso il disco è davvero merce rara, se si argomenta delle caratteristiche di un impatto frontale semplicemente terrificante. Sono pochi, infatti, quelli in grado di mettere in opera una macchina… da annichilazione come i Suicide Silence. E, di questo, bisogna darne il giusto valore assoluto, il giusto merito.

Daniele “dani66” D’Adamo

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