Recensione: Black Mass [Reissue BRA]

Di Stefano Ricetti - 10 Ottobre 2022 - 8:42
Black Mass [Reissue BRA]
Band: Death SS
Genere: Heavy 
Anno: 2022
Nazione:
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90

La label brasiliana Black Seal Productions ci ha preso gusto, chiudendo, di fatto, la Trinity Of Steele dei Death SS! Dopo la ristampa di …In Death Of Steve Sylvester del 2020 e Heavy Demons dell’anno passato è ora la volta del disco a cavallo fra i due, il famigerato Black Mass, che tanti mormorii (eufemismo) causò nelle menti dei benpensanti e (finti) perbenisti dell’epoca, per via della copertina blasfema, ma non solo.

Realizzato in modalità slipcase il Cd si accompagna a un libretto di dodici pagine con tutti i testi e nelle due centrali una fra le foto più iconiche della storia della band, quella con le tre performer adoranti e a seno nudo in posa di fronte al gruppo, che in quel momento schierava, oltre al Líder Máximo Steve Sylvester (voce), i due “storici” Kurt Templar (chitarra) e Boris Hunter (batteria) insieme con le new entry Kevin Reynolds (chitarra) e Marc Habbey (basso).

Totalmente rimasterizzato digitalmente, il Black Mass brasileiro presenta, a seguito degli otto pezzi originari così come usciti nel 1989, “Mandrake Root”, “Kings Of Evil (Remix)”, “Gethsemane” (riportato sia nello slipcase che nella back cover erroneamente come “Getsemane”), “Murder Angels” (anch’esso riportato sia nello slipcase che nella back cover erroneamente come “Murder Angel”) e “Vampire” (Live 1989)”, riproponendo, di fatto, stessa scaletta estesa della ristampa Lucifer Rising del 1997.

Riavvolgendo il nastro del tempo all’indietro così come già fatto all’interno dello special Trinity Of Steele dedicato ai Death SS e tornando a quei giorni di fine anni Ottanta, nei confronti del predecessore …In Death Of Steve Sylvester, Black Mass segna un netto salto in avanti a livello di produzione e di suoni. L’impressione, poi, è che finalmente la band abbia trovato la quadra e che quindi possa contare su di una formazione “vera” e non più su validissimi musicisti coinvolti però solamente per poter far uscire il disco o poco più. Poi la storia racconterà altre cose, ma al momento la sensazione era quella. Musicalmente il combo di Steve Sylvester esce allo scoperto con alcuni brani nuovi, inediti, al passo con i tempi e sorprendentemente duri, come nel caso di “Devil’s Rage”. La magia risiede nel fatto che le novità riescono a convivere insieme con vecchi cavalli di battaglia quali “Horrible Eyes” e “Cursed Mama”. Da segnalare altresì l’interpretazione vocale di Steve, maggiormente “acida” rispetto al passato e la presenza della title track, una suite horror adatta a una rappresentazione cinematografica, in quel momento un’assoluta novità in casa Death SS. Nonostante l’indurimento del suono, la dose di mistero e malignità emanata dalla band rimase comunque di alto grado, sebbene non al livello di …In Death of Steve Sylvester, che fatalmente racchiudeva il top del loro periodo più buio e morboso e onestamente sarebbe stato compito improbo riuscire a fare di meglio.

Per poter assaporare appieno il feedback dell’epoca, qui di seguito le recensioni originali di Black Mass così come uscite real time sulle due principali riviste specializzate nonché concorrenti dell’epoca: H/M e Metal Shock.

 

RECENSIONE BLACK MASS da H/M numero 84, 1990

Un brivido profondo mi percorre la schiena ogni volta che qualche anima pia mi informa sui movimenti perpetuati dal misterioso Steve Sylvester e la sua oscura congrega e, lo ammetto pubblicamente, ho fatto tutta una serie di osceni scongiuri quando è giunto in redazione l’ultimo lavoro del Figlio Delle Tenebre inviato nel nostro sventurato paese per seminare terrore e scompiglio… Scherzi a parte, giusto per sdrammatizzare, è uscito Black Mass, un Lp attesissimo dai numerosi fans attratti dal culto della Morte già dal primo platter, uno degli indiscussi campioni di vendita di tutti i tempi nel nostro paese. Il nuovo album dei Death SS costituisce a mio giudizio un enorme passo avanti rispetto al pur validissimo passato, mostrando un gruppo che non vive di rendita ma sa districarsi con disinvoltura tra schemi sonori non certo minimali e portando avanti una iconografia che, nonostante tutto, può sempre dare qualche problema a livello di assimilazione da parte del pubblico o dei media stessi. Una copertina impressionante, curatissima ed apribile, come era ottima e rimpianta abitudine negli anni ’70, introduce ad un affresco musicale decisamente più aggressivo che in passato, meglio registrato ed eseguito, probabilmente pure grazie al fatto che, finalmente, la line-up si è definitivamente stabilizzata, e parto con una convinzione che può far impallidire i più scettici! La voce di Steve è acida più del solito mentre il solismo del nuovo entrato Kevin Reynolds appare scintillante, virtuoso e limpido come pochi, andando ad arricchire il sound dei Death SS, una sorta di Power oscuro e terremotante, a volte lanciato a velocità ai limiti del thrash (“Devil’s Rage”) ed altre asservito ad una dolcezza inquietante e velenosa (“In The Darkness”); brani datati ma sconvolti completamente e riproposti con nuove maligne infusioni di grinta e potenza come le leggendarie “Cursed Mama”, “Horrible Eyes” e “Buried Alive”, vengono accostati alla più recente produzione del nero quintetto, spesso orientata in senso più duro sia a livello sonoro che concettuale, toccando l’apice creativo con la suite horror “Black Mass”, nove minuti di tensione nevrotica gestita con una teatralità e con ingredienti scottanti dal solito genio del male Steve Sylvester. Un gradito ritorno per un ospite sempre gradito…

Vincenzo “Jamaica” Barone

 

RECENSIONE BLACK MASS da METAL SHOCK numero 60, dicembre 1989

QUANDO REGNA L’OSCURITA’

TORNANO I DEATH SS CON L’OPERA DARK DELL’ANNO

Nel 1989, un anno in cui le vestigia gotiche sembrano definitivamente tramontate nella notte dei tempi, il doom metal non aveva dato alcun cenno di vita (dopo la morte…), totalmente sprofondato nell’aridità del deserto creativo. C’è voluto il colpo di coda dei nostri Kings Of Evil per ridare un senso ad un genere così crudelmente affascinante, ma senza di loro destinato a un’ingloriosa decadenza. E Death SS hanno saputo ben capitalizzare il successo dell’Lp della resurrezione e con Black Mass riconquistano a pieno diritto il trono lordo di sangue del Metallo Oscuro. I “nemici” del gruppo avevano avanzato come prova d’accusa l’eccedente materia heavy metal di In Death Of Steve Sylvester e lo attendevano al varco del secondo Lp, pronti a denunciare un riflusso nell’ordinario rock metallico.

Spiacente, ma il Vampiro e la sua accolita di indemoniati riescono come non mai a rigenerare ambientazioni occulte, con arrangiamenti che sembrano sfruttare ogni chiaroscuro dalle tinte crepuscolari, ogni ombra nella notte. Effetti elettronici, organo con respiro da cattedrale (sconsacrata), chitarre acustiche e un lugubre sax s’affiancano alle ben note turbolenze ultra-heavy dei Death SS, raggiungendo un amalgama di efferatezza dark nitidamente superiore alle pur memorabili tracce del primo Lp. Il quintetto ha l’ardire di inaugurare il nuovo “sacrilegio” con un arpeggio acustico che accede all’anthem satanico per eccellenza, “Kings Of Evil”, marchiato da furoreggianti accelerazioni del basso, mentre il diabolico carillon di “Horrible Eyes” viene sopraffatto da un riff tempestoso, un autentico Death-Classic, sul quale il terribile Sylvester infierisce con la sua performance più invasata.

Il suo trasformismo vocale ridicolizza quello di King Diamond, soprattutto per intelligenza nell’adeguarsi alle mutevoli situazioni musicali. L’organo dalle fuligginose trame Black Widow che anticipa le maledizioni di “Cursed Mama” è il preludio della grande avventura dark che rende maestoso l’Lp Black Mass al di là di eccellenti roccaforti heavy metal come “Buried Alive” e “Devil’s Rage”. Superbo il trattamento di “Welcome To My Hell” con quei frammenti di chitarra acustica e il soffio grave del sax, in pieno spirito Sacrifice, 1970.

Letale la seduzione di “In The Darkness”, una mortifera ballata recitata dal Sylvester più melodico, avvolto dalle spettrali ragnatele dei suoni elettronici, e con un imperioso finale chitarristico. Infine la title track: un’esperienza più che un semplice brano musicale, con l’andamento, la gamma espressiva di una colonna sonora. Un autentico horror masterpiece dal clima narrativo, sperimentale e nello stesso tempo “antico”, con un sax lancinante che sottolinea il culmine drammatico come nei Van Der Graaf di White Hammer. Nessuno può battere i Death SS nel loro gioco preferito, un gioco più che mai inquietante.

Beppe Riva

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

Black Mass [Reissue BRA], 2022  

 

 

 

 

 

 

 

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