Recensione: Blodhemn

Di Redazione - 10 Ottobre 2020 - 19:20
Blodhemn
Band: Enslaved
Etichetta: Osmose Records
Genere: Black  Progressive 
Anno: 1998
Nazione:
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76

Gli Enslaved sono una delle tante band nord europee che a cavallo tra gli anni Novanta e il primo decennio del 2000 effettuarono una mutazione artistica e di genere: come gli Amorphis o gli stessi Opeth (per certi aspetti) seguirono un percorso che dal black iniziale li portò su territori più morbidi e progressive. “Blodhemn” però non è il loro punto di svolta musicale definitivo, la band norvegese ci metterà ancora un po’ di tempo e compirà il salto definitivo verso il prog con “Mardraum“. Qui stiamo ancora viaggiando su territori black metal.

Il disco fu registrato presso gli Abyss Studios di Peter Tägteren, luogo dove negli anni Novanta transitarono tantissime band estreme. Tra le altre novità, rispetto al precedente album “Eld”, troviamo una seconda chitarra, quella dell’ottimo Richard Kronheim e un nuovo batterista, Dirge Rep (ex-Gehenna). Il risultato è brutale (nel senso positivo del termine) e “Blodhemn” diventerà e rimarrà la creatura più feroce del gruppo. Andiamola ad analizzare brevemente.

L’intro “Audhumla; Birth of the Worlds” ha un incedere quasi psichedelico, ipnotico e quando “I Lenker Til Ragnarok” parte in tutta la sua violenta epicità ci coglie quasi impreparati: questo è un grande pezzo di puro black metal, dove il muro sonoro delle due chitarre schiaccia l’ascoltatore con tutta la sua pesantezza e dove lo scream di Grutle Kjellson si alterna a cori profondi e oscuri che ci trascinano nel profondo e freddo Nord.

La successiva “Urtical Gods” non ha la stessa qualità. Il pezzo è velocissimo e le due chitarre ricamano trame sonore melodiche e quasi power, ma il tutto non incide e si perde nello scontato; riesce a fare molto meglio “Ansuz Astral”, che mette in luce tutte le eccelse qualità ritmiche del nuovo entrato Dirge Rep, davvero furioso e fantasioso allo stesso tempo. Con “Nidingaslakt” gli Enslaved alzano definitivamente il livello qualitativo dell’album creando una miscela berserker esplosiva ed irresistibile che ci catapulta in deserte lande bagnate dal sangue di antichi guerrieri, impossibile rimanere fermi ascoltandola!

Il disco purtroppo non prosegue sullo stesso livello di eccezionalità e la successiva “Eit Auga Til Mimir” non lascia il segno e si fa dimenticare presto. Con la title-track, invece, torniamo su livelli qualitativi alti. Chitarre in primo piano fanno da contraltare a una voce sofferente e disperata che ci trascina di forza fino alla parte centrale del pezzo, dove fraseggi quasi epic metal ricordano i Blind Guardian (soprattutto quelli live di Tokyo Tales). L’album si conclude con la plumbea “Suttungs Mjød/Perkulator” dove la furia cieca della battaglia si placa  lasciando spazio a una cupa disperazione priva di speranza.

“Blodhemn” è un disco di passaggio e come tutti i dischi di passaggio ha i suoi pregi e i suoi momenti di stanca. Nel 1998 fu aspramente criticato dai fan della band e venne messo in secondo piano rispetto ad altri loro lavori, ma quelle critiche ormai si sono perse nel tempo. Questo è un disco nel quale gli Enslaved hanno riversato tutta la propria rabbia sonora per l’ultima volta prima di alleggerire il tiro. Possiamo solo consigliarvi di farvi travolgere dalla loro furia, non ve ne pentirete.

Giorgio Massimi 

Voto 75


 

Quando si ascolta un album di una band come gli Enslaved, con una ricca discografia, bisogna sempre avere a mente il percorso tracciato, quindi il sentiero abbandonato e quello intrapreso; probabilmente, questo Blodhemn, se ascoltato nel 1998, poteva avere un significato, oggi, ne ha indiscutibilmente un altro – chi avrebbe mai potuto pensare di coniugare il black metal con il progressive, nei primi anni ’90, quando tutti erano alla costante e fondamentalista ricerca del “true norwegian black metal”?

Perché, il merito di questa grande band, è quello di sapersi rinnovare nel tempo, avviare dei percorsi pur mantenendo dei tratti distintivi nel loro sound, che li rendono riconoscibili nell’oscuro universo, eludendo la trappola della “formula vincente” che ha messo fuorigioco diversi artisti o quantomeno ne ha limitato le carriere. E quando non si sa dove andare, spesso si fa un passo avanti ed uno indietro. Ed è quello che accade agli Enslaved, divisi tra “Frost” e “Mardraum”, con una spruzzata di epicità di “Eld” – aspetto che si può cogliere già guardando la copertina dell’album, una perfetta sintesi della tradizione norrena: un vichingo in atteggiamento bellico, su una costa frastagliata da piccoli fiordi, e un dreki in lontananza.

Blodhemn in norvegese vuol dire “vendetta di sangue”, ed un disco che porta questo nome non può che essere  forte, violento, primordiale ma allo stesso tempo ricondurre chi l’ascolta alle proprie origini, al concetto di “terra e sangue”, perché si è vichinghi tanto per diritto di nascita quanto per discendenza. E da questo punto di vista l’art work dell’album è piuttosto significativo:  quattro vichinghi, di cui uno con la spada sguainata, sono su una costa frastagliata mentre, sullo sfondo, si scorge un dreki, ovvero la tipica imbarcazione vichinga.

Un forte ritorno alle origini, quindi. “Audhumla: birth of the Worlds” è epica ed evocativa, e sembra quasi la perfetta versione vichinga di un’intro dei  Cradle of Filth, peccato solo per alcuni effetti in stile “star wars” che rovinano l’atmosfera. “I lenker til Ragnarok” e “Urtical Gods” sono due brani tipicamente black metal, riprendono il lato più pesante di “Frost”, con riff potenti ed azzeccatissimi; l’uso di back vocals riporta la band ad atmosfere più norrene. Le prossime tre canzoni sono quelle più vicine a quello che gli Enslaved a breve diventeranno, con un sound più pulito: con “Ansuz astral” si torna a toni più soft, ma è davvero un brano ben strutturato e corposo, rovinato però, da quegli effetti “laser” che abbiamo trovato anche nell’intro; Nidingaslakt è un ottimo brano, con un riff coinvolgente ed ossessivo,  mentre “Eit auga tilm mimir” è una versione più soft di “I lenker til Ragnarok”. Con la title track e “Brisinghamen” si torna a sonorità più vicine alla prima fase della carriera del gruppo norvegese. E si chiude in gran bellezza con il brano più bello dell’intero lavoro: “Suttung Mjod”. Il brano inizia con un soffio di vento del Nord  che trascina l’arrangiamento, una nenia norrena pronta ad esplodere nella sua potente ed armoniosa epicità, per passare poi ad un gioco di overbudding di voci, concludendosi poi con dei rumori inquietanti e misteriosi.

L’album, ascoltato col senno di poi, acquisisce un sapore diverso rispetto ad un ascolto isolato, o contestualizzato al 1998, poiché c’è black metal, passaggi heavy, ed epicità, che lascia intravedere quello che sarà a breve il percorso della band, perché a breve, inizierà una nuova fase per gli Enslaved, che li porterà all’attuale livello “odinico”. Indubbiamente l’album risente di questa fase di passaggio, ma anziché perdere la bussola, gli Enslaved si ancorano al loro passato e sfoggiano un potente ed epico black metal.

In sintesi, un encomiabile commiato al black metal.

Alessandro Rinaldi

Voto 78

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