Recensione: Cerecloth

Di Marco Donè - 6 Maggio 2020 - 0:01
Cerecloth
Band: Naglfar
Genere: Black 
Anno:2020
Nazione:
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60

Otto anni. Otto lunghi anni. Tanto abbiamo dovuto attendere affinché il Naglfar – il vascello fatto con le unghie dei morti, che condurrà le anime dei dannati verso il Ragnarök – potesse solcare di nuovo i mari. Il Naglfar di cui parliamo in queste righe arriva dalla Svezia ed è uno degli alfieri del balck metal melodico. Nell’Anno Domini 2020 riprende il suo viaggio e, oltre alle anime dannate che già trasporta, è pronto ad accogliere a bordo nuovi adepti, seguaci del verbo oscuro, da condurre verso la battaglia finale. Lo fa approdando in un nuovo porto, il settimo da quando ha iniziato il suo viaggio, diffondendo il suo richiamo, questa volta intitolato “Cerecloth”.
Guardando a ritroso nel tempo, non possiamo che esaltare le gesta di questo oscuro vascello. Il Naglfar, capitanato dal bassista-cantante Kristoffer W. Olivius, nei primi anni Duemila si spostava da un porto all’altro a vele spiegate, con il vento in poppa. Era in forte ascesa, tanto che nelle riviste specializzate dell’epoca veniva spesso descritto come un nome che avrebbe rappresentato il futuro del black metal. In quegli anni, in rapida successione, il combo di Umeå pubblicava “Sheol”, che fece letteralmente esplodere le quotazioni dei Nostri, tanto da portarli a ottenere un importante contratto con Century Media Records. Subito dopo arrivò “Pariah”, altra gemma della discografia dei Naglfar, che proiettava il gruppo verso un futuro sempre più importante. Come sappiamo, nonostante un altro disco di valore come “Harvest”, le cose presero un’altra piega e i Nostri non riuscirono a impossessarsi di quel trono che sembrava a portata di mano. Nel 2012 pubblicavano “Téras”, forse l’album più introspettivo della loro intera discografia, disco molto criticato all’epoca, quanto rivalutato negli ultimi anni. Poi il silenzio.

A “Cecercloth” tocca quindi il compito di interrompere questo lungo silenzio, di dimostrare che i Naglfar sono ancora qui, pronti a reclamare quanto gli spetta. L’album poggia sui “soliti” grandi riff di chitarra di Andreas Nilsson, con quelle melodie e dissonanze che hanno reso celebre il guitarwork della compagine svedese. “Cerecloth” si apre con la title track (qui il video, n.d.a.), pezzo massiccio e ben strutturato, che svolge a dovere il compito di opener spezza ossa. Inutile dire che dopo una traccia così efficace, la speranza di trovarsi al cospetto di un lavoro che possa competere con il glorioso passato che i Naglfar possono vantare sia tanta. Purtroppo tale speranza viene presto tradita. L’album si sviluppa in un alternarsi di pezzi efficaci e altri meno ispirati. Basta citare le successive ‘Horns’ e ‘Like Poison for the Soul’ per constatare questo aspetto. Le canzoni, per quanto eleganti e curate, non riescono a coinvolgere a dovere, tanto che lasciano poco di sé ad ascolto finito. Ci offrono poi un’altra considerazione: con “Cerecloth” i Naglfar sembrano aver sollevato il piede dall’acceleratore, puntando su partiture più rallentate, intrise sì di melodia, ma sicuramente più cupe rispetto a quanto fatto in passato. Certo, la velocità non manca e i Nostri ci regalano un’altra bella mazzata con “Vortex of Negativity”, che rientra sicuramente tra gli highlight dell’album, seguita poi da “Cry of the Serafim”, forse il pezzo meno riuscito dell’intero lotto. La canzone si sviluppa in due parti, una più lenta e oscura e una più veloce e diretta. Con questa traccia sembra quasi che i Nostri vogliano fare il verso alla scuola ellenica, senza però riuscire a coglierne l’essenza. Le atmosfere si fanno di nuovo intense con ‘The Dagger in Creation’, altro pezzo in cui è la velocità a regnare. Fa inoltre capolino un bellissimo assolo di chitarra. Con ‘The Dagger in Creation’ siamo arrivati ben oltre la metà della durata di “Cerecloth” e, fino a qui, i Nostri sono risultati più convincenti con i BPM sostenuti rispetto a quando hanno puntato sull’oscurità e la pesantezza. Tocca poi a ‘A Sanguine Tide Unleashed’, altra traccia diretta e aggressiva, che sa però da riempitivo e non riesce a convincere come dovrebbe. C’è poi un altro aspetto da segnalare, che va a inficiare la resa dell’album: la produzione, che va a sacrificare soprattutto la batteria. Per fortuna le quotazioni di “Cerecloth” risalgono nel finale, grazie a due tracce come ‘Necronaut’ e ‘Last Breath of Yggdrasil’, che possono essere considerate le canzoni più riuscite del disco. Presentano un approccio diverso, più epico, maestoso, solenne. ‘Necronaut’ sembra essere nata sotto l’influsso dei My Dying Bride, con delle armonizzazioni di chitarra che riportano alla mente alcune soluzioni della formazione di Halifax. ‘Last Breath of Yggdrasil’, con il suo incedere maestoso, è uno di quei pezzi destinati a diventare una presenza fissa nei futuri live dei Naglfar. La scelta di aver piazzato due colpi così diversi nel finale del platter può avere un significato in ottica futura? Può rappresentare il percorso che i Nostri seguiranno nei prossimi lavori?

Cerecloth” si conclude sull’eco di queste due domande. Inutile negare che l’ascolto dell’album abbia sollevato qualche piccola perplessità. Osservando la storia dei Naglfar, possiamo dire che “Cerecloth” è sicuramente il disco meno convincente della discografia di Olivius e compagni, una band che ci aveva abituato a ben altri standard. Un lavoro che porta a casa una sufficienza tirata, nella speranza che possa trattarsi solo di un piccolo passaggio a vuoto. Ci auguriamo che i Nostri possano risollevarsi presto, magari seguendo quel sentiero accennato con le ultime due tracce, poste in chiusura d’album. L’idea di staccarsi dal passato, rompere quelle catene che al momento sembrano limitare l’ispirazione dei Nostri, potrebbe essere una soluzione interessante. Non rimane che attendere. L’augurio è che questa volta l’attesa possa durare meno di otto anni.

Marco Donè

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