Recensione: Chronicles
“Chronicles” è il terzo album per la one–man band britannica Helgafell e arriva a sette anni dal precedente “The Voice of Withered Stone” col proposito di immergere l’ascoltatore nell’antica storia Anglo-Sassone: il lavoro si sviluppa infatti come concept album concernente eventi e personaggi fondamentali per capire l’identità e l’evoluzione del dominio anglo sassone in Inghilterra. Per rendere al meglio il tono drammatico ed arcaico della narrazione, il mastermind Feigsfar (all’anagrafe Adam Davidson) sfrutta un black metal molto imbastardito e dal taglio atmosferico ed epicheggiante e ne screzia gli anfratti con elementi velatamente folk. I classici riff sghembi di scuola norrena si mescolano, in “Chronicles”, ad arpeggi acustici dal profumo bucolico, rallentamenti heavy dal piglio pomposo e pieno e cori solenni, compassati, che instillano nelle composizioni un tono dolente e, in alcuni casi, addirittura lamentoso. Per quanto una simile miscela riveli influenze piuttosto precise (tra cui Sojourner e Falkenbach, giusto per citarne due), va detto che quella di “Chronicles” è una ricetta che sa farsi riconoscere, soprattutto grazie al piglio ieratico, quasi liturgico che acquista nei segmenti più solenni. I quattro brani che lo compongono sono tutti piuttosto lunghi e sono scanditi dal continuo avvicendamento di movimenti dal tono e dal ritmo ben definiti, in cui il diverso dosaggio degli elementi coinvolti tratteggia un’atmosfera avvolgente e vagamente fuori dal tempo.
L’elemento epico è focale nella ricetta degli Helgafell, e bilancia l’aggressività delle parti black per ammantare le scene e gli eventi trattati di un’aura mitica, da poema bardico, sia che per farlo si affidi ai già citati cori – in alcuni punti un po’ sottotraccia nel mix finale, una maggiore spinta sarebbe stata più incisiva – che facendo ricorso a linee melodiche morbide o impattanti. Ne è un esempio lampante la suite iniziale, “The Harrying of the North”, che si apre con un riff tipicamente nordico trasformato, poi, in una melodia meno stridente per fungere da sottofondo enfatico e poi da contrappunto al cantato ruvido che fa il suo ingresso poco dopo. L’arrivo del coro coincide con un’ulteriore torsione sonora, che trasforma la melodia portante in un arpeggio nervoso prima di tornare sui suoi passi e sfumare, poi, in un segmento acustico che occupa la parte centrale del pezzo, mescolando un fare bucolico a cori solenni. La sveglia arriva con l’ultimo quarto del pezzo, che ad una melodia fiera affianca una sfuriata tipicamente black prima di stemperare il tutto nel mix di rabbia e malinconia già incontrato in precedenza a sostenere l’ultimo coro dal fare lamentoso. “The Bandit of the Marsh” prende la rincorsa sfruttando un ritmo quadrato, quasi tribale, caricando in breve la tensione per poi lanciarsi alla carica grazie a riff maligni ma non privi di una certa maestà. I rapidi squarci enfatici fanno da contrappunto al taglio minaccioso del brano, creando un bel contrasto coronato dall’ingresso del coro centrale e della sua cupa malinconia. Una nuova sfuriata dal retrogusto drammatico si appropria del pezzo, ritorcendosi poi in una melodia crepuscolare che apre al ritorno dei cori giusto in tempo per il finale. “The Council of Folly” si apre su un coro solenne sostenuto da note enfatiche, che in breve si caricano di una certa tensione prima di cedere il passo a chitarre tese e una sezione ritmica arrembante. La fiammata eroica arriva poco dopo, sfruttando una breve pausa dal martellamento sonoro che poi torna a far bella mostra di sé, seppur ingentilito da una lenta ma progressiva intensificazione dell’elemento epico che torna padrone della scena nel finale. “The Union of Kings” chiude le danze giocandosi le sue carte tutte insieme. Ecco quindi che gli elementi degli Helgafell si mescolano in un vortice sonoro solenne ma al tempo stesso dinamico e sanguigno, in cui le anime del lavoro si fondono molto bene creando un bel climax, che perde punti solo con l’arrivo di cori meno incisivi di quanto avrei voluto. Il pezzo serpeggia tra brevi rallentamenti e subitanee ripartenze, mantenendo un carattere al tempo stesso solenne e bellicoso in tutti i suoi segmenti, per sfumare in una melodia dal retrogusto crepuscolare a cui segue il ritorno dei cori, che tingono il finale di toni tetri e dolenti.
Devo dire di aver apprezzato “Chronicles”: nonostante qualche sbavatura qua e là e sebbene Feigsfar insista a mio avviso un po’ troppo sulle medesime soluzioni (correndo il rischio di scadere nella ripetitività), il risultato finale non mi è affatto dispiaciuto. La proposta degli Helgafell mescola piuttosto bene violenza, epica e sofferta malinconia, offrendo un prodotto variegato ma al tempo stesso molto omogeneo.
