Recensione: Cybergenesis
Inizialmente pensavo di trovarmi davanti al ritorno degli Hyperion, quella band che nel lontano 1999 aveva inciso il meraviglioso “Where Stone Is Unscarred”, ma mi sbagliavo di grosso, dato che questa band non arriva dalla Lombardia, ma da Bologna ed è stata fondata nel 2015 dal chitarrista Davide Cotti (assieme all’ormai ex-batterista Marco “Jason” Beghelli). Il gruppo emiliano ha finora realizzato due LP, prima di questo “Cybergenesis”, uscito in questi giorni di metà gennaio per la spagnola Fighter Records; si tratta anche del primo disco in cui troviamo sostanzialmente la nuova formazione della band, dato che attorno al leader Davide Cotti sono cambiati tutti i musicisti, tra cui l’ultimo arrivato è il singer Max Morelli che forse qualcuno ricorderà anche nei Signum Draconis, gruppo che nel 2021 realizzò il proprio debut album “The Divine Comedy: Inferno”. “Cybergenesis” ha un artwork fantascientifico ed è composto da sole 8 tracce (finalmente un disco senza inutilissime intro!!) per la breve durata di nemmeno 40 minuti. Il ritmo è quasi sempre bello sostenuto, grazie all’ottimo lavoro del batterista Francesco Madonna (entrato nel gruppo in seguito all’addio per motivi personali di Beghelli, subito dopo le registrazioni del precedente album nel 2020) e le due chitarre di Davide Cotti e Francis Dipasquale sono le protagoniste, con piacevoli parti soliste, ben sostenute dal lavoro in sottofondo del basso di Simone Cauli, mentre la voce acuta e squillante del singer si fa apprezzare anche per espressività, dato che quando serve sa anche sporcare la propria performance. Parlavamo prima del ritmo frizzante, fa eccezione l’epica “The Shackles Of Chronitus” (solo all’altezza degli assoli il brano decolla leggermente), brano teatrale e cadenzato che comunque, pur senza esaltare, non dispiace. Il sound è classificabile come un robusto heavy metal, dai forti influssi power; un qualcosa quindi di orecchiabile e con una notevole attenzione per le melodie.
Non tutti i pezzi, però, funzionano alla stessa maniera; alcuni, infatti, sono più convincenti di altri, a partire dall’ottima opener “Deafening”… parliamoci chiaro: se tutte le canzoni fossero al livello di questa, avremmo davanti un disco di tutto rispetto. Il trittico iniziale è di quelli infuocati e decisamente trascinanti, ma arriva poi la quarta traccia (la già citata “The Shackles Of Chronitus”) che costituisce una sorta di pausa a centro disco che però non convince più di tanto. Altrettanto poco convincente (nonostante un buon lavoro del basso di Simone Cauli) è “Rhizome Rider”, anche per via di una certa ripetitività di base; canzone che arriva dopo due piacevoli e ficcanti come “Blood Over Chrome” e “Grain Of Sand”. Il full-length si chiude con la lunga “The Whole Of Time” che ha una prima metà non proprio esaltante, forse un po’ troppo cadenzata; il brano vorrebbe essere epico ma finisce per essere un po’ monotono e si salva solo per le parti soliste (c’è anche un breve tratto di basso!) e per il lavoro alla doppia-cassa del buon Francesco Madonna nella seconda metà del pezzo. Tirando le somme, questo “Cybergenesis” dei bolognesi Hyperion è un discreto album, con alcune tracce davvero piacevoli e trascinanti (più della metà per essere onesti) ed altre un po’ meno riusciti (alla fine solo tre); si tratta, comunque, di un disco che si lascia ascoltare gradevolmente e che consente alla band di raggiungere un risultato lusinghiero.

