Recensione: Deep Calleth Upon Deep

Di Gianluca Fontanesi - 23 Settembre 2017 - 18:16
Deep Calleth Upon Deep
Band: Satyricon
Etichetta:
Genere: Black 
Anno: 2017
Nazione:
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62

Partiamo da un presupposto che dovrebbe essere un dogma quando si parla dei Satyricon: non devono pi dimostrare nulla a nessuno. La storia di un genere stata fatta, l?hanno fatta e di pi non possiamo chiedere; la band che ci troviamo a recensire oggi stilisticamente diversa e ha poco a che fare con quella degli anni ?90, figlia di un percorso evolutivo, o involutivo a seconda delle opinioni, che ha portato il duo norvegese verso sonorit pi volte all?atmosfera che al black metal in senso pi stretto. Il quanto paghi o abbia pagato questa scelta sotto gli occhi e le orecchie di tutti, e i risultati discografici sono sempre stati tutt?altro che esaltanti. Deep Calleth Upon Deep viene accompagnato da presentazioni roboanti e da annunci di rivoluzione sonora di qualche tipo: tutta fuffa oseremmo dire, e senza paura di essere smentiti.

Cominciamo quindi con l?immaginare un disco ben prodotto e con dei gran suoni caldi, avvolgenti e dinamici in grado di soddisfare anche i palati pi esigenti. Ci siete? Ecco. Ora mettete davanti alle casse che riproducono questo disco un cuscino e avrete un?idea ben chiara di come suona l?ultima fatica in studio dei Satyricon: clamorosamente piatta. Questi sono suoni pulitissimi ma che vogliono per forza di cose apparire sporchi e grezzi; sembra che si sia voluto fare tutto bene per poi voler portare la resa a una parvenza di anni ?90 e ai capolavori che furono fallendo miseramente. Per dirla tutta, questo disco registrato in maniera moderna avrebbe guadagnato punti; in questa maniera tiene un piede in 2 scarpe e non soddisfa n gli amanti del grezzo n quelli delle iper-produzioni. Il disco si apre con un buon pezzo, Midnight Serpent, che in grado di offrire dei gran bei riff e una serie di partiture serrate ma non troppo. Dimenticate i brani veloci, per non parlare di quelli velocissimi; Deep Calleth Upon Deep sembra un vero e proprio trattato sui mid tempo e sulle sue sfaccettature e atmosfere. Qui fino al minuto 4, pi o meno, va tutto bene, poi parte un?inspiegabile serie di riff a casaccio che va a rovinare tutto ci che di buono stato proposto nel brano. Questo anche il pi grande difetto che ricorrer per tutta la tracklist: la prolissit e il voler allungare a tutti i costi dove non per niente necessario. Sarebbe bastata una piccola scrematura generale e un paio di tracce in pi per snellire e dare all?opera miglior fortuna. Blood Cracks Open The Ground possiamo classificarla come miglior canzone del disco e come quella in grado di tirarne fuori i momenti migliori. Si tratta di una traccia piuttosto articolata, con una partitura atipica per i Satyricon; l?esperimento qui paga eccome, dall?ottimo lavoro di Frost alle pelli passando per i riff, gli sprazzi progressivi e alcune derivazioni settantiane che vanno a costituire un piacevole quadretto. Non ci si schioda comunque dai mid tempo neanche a pagare, anzi, si rallenta addirittura con una To Your Brethren In The Dark che forse avrebbe goduto di miglior fortuna se sfruttata come finale dell?opera. L?atmosfera comunque resa piuttosto bene col suo incedere malinconico e riflessivo; di primo acchito potrebbe risultare un brano olle e ripetitivo, ma col tempo migliora ed entra facilmente in circolo. Si accettano ora scommesse: ci sar un altro mid tempo? Ovviamente si, la titletrack la conoscevate un po? tutti e non affatto male, ma siamo ben lontani da livelli di qualit assoluta. Il riffing a tratti lo si pu persino definire solare; buone le aggiunte vocali di Hkon Kornstad che qui funge da ospite e timidamente si affacciano anche gli archi.

The Ghost Of Rome francamente sa un po? di tappo: un black and roll abbastanza leggerino e insipido che scorre via in maniera dannatamente indolore. Ci sono buone progressioni di accordi sul ritornello ma poco altro; ovviamente un altro mid tempo con alcuni passaggi in battere e nulla pi, un pezzo a caso dei Tribulation prende questa traccia e se la mangia per colazione senza fare troppi complimenti. Dissonant ha un buon inizio, nel quale si sentono strumenti a fiato e, nel momento in cui ti aspetti un?esplosione, parte un altro mid tempo e viene quasi da piangere. Per fortuna dopo poco si accelera e il brano assume tonalit pi arcigne, dipanandosi finalmente in una trama un po? pi sostenuta che flebilmente riesce a mantenere ancora la concentrazione dell?ascoltatore. Black Wings And Withering Gloom inizia in blast beat e sembra quasi di avere delle allucinazioni tipo assetati in mezzo al deserto; il riff in tremolo abbastanza pacchiano, poi via che si rallenta, si allunga e si dilata arrivando a superare i sette minuti e pace all?anima loro. Il brano di per se non male, ma contiene riff e idee adatti per farne tre! Rimane un grosso punto di domanda anche dopo parecchi e parecchi ascolti, traccia a nostro parere totalmente fuori fuoco e parecchio confusa. Conclude il lotto Burial Rite: un riff iniziale di puro rock? n?roll, l?ennesimo calo in favore dell?ennesimo mid tempo e un costrutto che, a questo punto, tedia, tedia, tedia e tedia ancora.

Ci che, nonostante tutto, a nostro parere esce piuttosto sconfitta, la prestazione al microfono di Satyr: anonima, monocorde e priva di ogni tipo di variazione. A tratti sembra che non ne abbia proprio e tutto questo fa un po? male, anche alla luce della sua recente malattia che gli auguriamo con tutto il cuore di sconfiggere. Deep Calleth Upon Deep un disco perfettamente rappresentato dalla sua copertina presa in prestito da un certo Edvard Munch: bianco e nero, senza sfumature o colori. E? un disco timido, che difficilmente osa e che ci consegna una band che a livello compositivo appare piuttosto stanca e priva di sbocchi vincenti. La classe c? ma a sprazzi e spara tutte le sue cartucce migliori nella prima met del disco; la seconda a nostro parere da rivedere e piuttosto prescindibile. Un piccolo passo avanti rispetto al disco precedente stato fatto ma non basta; Deep Calleth Upon Deep un?opera indolore, che nulla ha dell?urgenza e della pericolosit del black metal e probabilmente se ne vuole anche discostare. Se ai Satyricon chiedete un altro Dark Medieval Times o un altro Nemesis Divina mettete su gli originali e pace; oggi sono altra cosa e a livello sonoro non sono invecchiati piuttosto bene. Peccato perch talento, qualit e soprattutto capacit di osare sono caratteristiche che il duo norvegese ha sempre avuto e dimostrato. Brodino.

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