Recensione: Deformation of the Holy Realm

Di Daniele D'Adamo - 29 Maggio 2020 - 0:01
Deformation of the Holy Realm
Band: Sinister
Etichetta: Massacre Records
Genere: Death 
Anno: 2020
Nazione:
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85

The Funeral March’, incipit ambient, e la mente si immerge nuovamente nell’universo Sinister, che acquisisce i benefici della rotazione di un altro satellite, il quattordicesimo, nominato “Deformation of the Holy Realm”.

Benefici. Sì, perché ogni volta che un gruppo di assoluto livello mondiale come i deathster olandesi dà alle stampe un nuovo disco, è sempre un evento da tenere in debita considerazione.

In questo caso si avverte immediatamente, rispetto al grandissimo LP precedente, “Syncretism”, un passo in avanti per ciò che concerne il lato atmosferico della faccenda. Certo, loro spingono sempre al massimo come belve assetate di sangue, purtuttavia si può percepire, nemmeno tanto nascosto, un lato meno usuale del solito, volto a inspessire l’aspetto emotivo del treno di song. Del resto anche nella ‘vera’ opener-track ‘Deformation of the Holy Realm’ s’intuisce che il sound del quintetto di Schiedam ha subito, in questi ultimi tre anni, un leggero sbandamento da una linea di percorso che porta unicamente allo sfascio completo, all’annichilazione, alla distruzione di tutto e di tutti. Il raggelante coro di ‘Apostles of the Weak’ è il viatico per un nuovo modo di osservare il death metal, e cioè distogliendo l’attenzione dal sound di base onde creare le condizioni ideali per instillare nel sistema cardiocircolatorio paura, angoscia e terrore.

Questo, tuttavia, non deve invocare la falsa illusione che i Nostri abbiano diminuito l’abnorme quantità di watt scaricata a terra. No, assolutamente. Le chitarre svolgono un ruolo primario, tessendo e cucendo un inestricabile tappeto di riff, scientificamente incastrati fra loro per giungere alla massima compattezza possibile. La quale, grazie al super-lavoro della sezione ritmica, viene spinta in avanti alla massima velocità teorica con un meccanismo cinetico di rara perfezione ingegneristica. Il growling di Aad Kloosterwaard è spaventoso nella sua probabile similitudine con i versi di enormi animali arcaici, estinti dall’evoluzione. Per cui, da questo lato, si può affermare con certezza che, in fatto a deflagrazioni soniche, i Sinister non sono secondi a nessuno. Nemmeno quando ‘rallentano’ i BPM per scivolare nei cupi abissi della disperazione (‘Unbounded Sacrilege’). Ma, a parere di chi scrive è nelle hyper-fast-song, come per esempio ‘Unique Death Experience’, che il gruppo olandese dà il meglio di sé, risultando praticamente imbattibile.

In fatto di mostruosità fatta musica, s’è detto che sono ben pochi, anzi pochissimi, coloro che riescono a raggiungere il livello di aggressività e brutalità raggiunto dal combo colorato d’arancione. Per non far torto a nessuno è meglio non far nomi, ma almeno uno va tirato fuori per meglio comprendere: Vader. Una coppia che, assieme, forma quanto di meglio sia possibile avere, nel 2020, in materia di death metal ‘puro’. Il resto arranca alle spalle, peraltro spesso e volentieri con cliché triti e ritriti. I Sinister no. Benché la loro produzione discografica sia cospicua sin dal 1990, essi riescono sempre a infilare qualcosa di nuovo (‘Scourged by Demons’), di diverso, fra le maglie di brani dalla potenza distruttiva pari a quella di un moderno ordigno termonucleare (‘Oasis of Peace – Blood from the Chalice’). Il che significa che le idee nascono, si sviluppano e si definiscono in maniera fluida grazie a un enorme talento nella difficilissima arte della composizione. A tal proposito, nonostante l’incredibile potenza in gioco, le varie tracce possiedono ciascuna una ben delineata personalità. Si differenziano le une dalle altre facendo parte, cioè, di un elenco le cui singolarità sono percepibili sia nel loro insieme – che è lo stile, unico e irreprensibilmente leggibile, dell’act del South Holland – , sia nella loro unicità. Il che significa longevità del lavoro e assenza di noia anche dopo reiterati ascolti ad alto volume.

Ecco che i Sinister possono considerarsi un altro vanto della scuola europea che, nel caso di “Deformation of the Holy Realm”, rifila un sonoro ceffone a quella americana.

Fantastici!

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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