Recensione: Delirium

Di Vito Ruta - 16 Giugno 2021 - 23:06
Delirium
Etichetta: Frontiers Music
Genere: AOR 
Anno: 2021
Nazione:
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65

Quello che inizialmente doveva essere un progetto solista dell’ottimo cantante Kristian Fyhr (Perpetual Etude) si è trasformato in una band in pianta stabile: man mano che i brani prendevano forma,  iniziavano ad essere eseguiti e l’apporto di altri musicisti si faceva costante, i Seventh Crystal diventavano realtà.
Johan Älvsång (Pinstripe Conspiracy, Lamashtu) alle tastiere, Olof Gadd (Osukaru) al basso, Anton Roos alla batteria e Emil Dornerus alla chitarra hanno unito le forze a quelle di Fyhr per presentare il primo album intitolato “Delirium” sotto il logo della neonata formazione svedese.

Lo stile del gruppo, inquadrabile nella nuova ondata rock melodica scandinava, si ispira in parte a band come H.e.a.t. e One Desire e si caratterizza per una dose di melodia tanto generosa e costante da lasciare l’impressione che la maggior parte dei brani avrebbe potuto costituire l’uniforme commento sonoro alla durezza degli allenamenti e della perseveranza del pugile Balboa nella saga cinematografica “Rocky”.
Solo quando fanno riferimento a sonorità e influenze rock moderne, che contaminano l’AOR troppo canonico che scorre nelle loro vene, i Seventh Crystal risultano davvero efficaci.

L’apertura ”Say What You Need To Say” è la riprova di quanto affermato. Al chorus orecchiabile di un classico brano AOR basta anteporre un sia pur brevissimo prechorus in stile screaming per dare carattere al brano e non lasciarlo scivolare via, come succede per troppi pezzi dell’album.
Anche “When We Were Young” ricorrendo ad un riff hard rock e ad un ritmo sostenuto raggiunge l’obiettivo di lasciare il ricordo della traccia. Grande il lavoro di Dornerus in entrambi gli episodi e, più in generale, in tutto l’album.
Segue una lunga serie di brani quali “Broken Mirror”, “Delirium”, “When I’m Gone” e “Should’ve Known Better” che risultano tutti gradevoli, ben cantati e ben eseguiti ma che non riescono a sorprendere, né a provocare emozioni di particolare intensità.
So Beautiful” è un pezzo fondamentalmente pop.
Time To Let It Go” coglie nel segno con un altro buon riff hard rock a cui si associano una interpretazione trascinante e atmosfere quasi gotiche.
Deja Vu”, invece, ispira perfettamente la sensazione del titolo.
Bright and Clean”, è un pezzo che vuole creare atmosfera ma non riesce nell’intento, nonostante le belle parti di chitarra.
Il pezzo finale “Hope It Will Be Alright” è una composizione per sola voce e piano, di sobria bellezza, in bilico tra Ed Sheeran e Elton John in cui si incastona un prezioso solo di violoncello.

Si avverte che vi è tecnica in “Delirium” e che grandi sono le doti vocali di Fyhr: ma da sole non bastano, in assenza di un efficace songwriting capace di offrire occasioni davvero trascinanti.
Altro limite, per quel che mi concerne, è rappresentato dal fatto che il lavoro offre sonorità assolutamente prive di sbavature, troppo curate e troppo garbate, ben lontane da quello stato di confusione mentale che il titolo dell’album suggerisce e che raramente lasciano spazio a momenti sentiti e autentici.

 

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