Recensione: Deliver Us

Di Alessandro Di Clemente - 23 Luglio 2007 - 0:00
Deliver Us
Band: Darkest Hour
Etichetta:
Genere:
Anno: 2007
Nazione:
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75

Sembra che l’Heavy Metal sia tornato di moda, anche laggiù negli States… e questo Deliver Us è qui a dimostrarcelo. Abbiamo lasciato la band di Washington D.C. alle prese con un certo ammorbidimento del suono (il buon Undoing Ruin), con trovate melodiche mai provate in maniera così massiccia fino ad allora. Dai primi 7″ splits di puro hardcore, per passare al primo grezzo metalcore di “The Mark of The Judas” e poi “So Sedate, So Secure”, fino ad arrivare alla mazzata tra capo e collo “Hidden Hands Of A Sadist Nation” (l’album che ha proiettato i Darkest Hour nella scena metal mondiale), di acqua sotto i ponti, come si suol dire, ne è passata.
Abbiamo assistito, prima, ad uno sgrezzamento del suono (complice, sia nella precedente che in questa release, il solito Devin Townsend), poi, ad una evidente e sfacciatamente palesata progressione tecnica (soprattutto a livello chiarristico) ed infine ad una ricerca dell’arrangiamento che, pur non privando le songs di quell’aggressività tipica dei Darkest Hour, rende le composizioni meno tediose e più distinguibili l’un l’altra. Il marchio di fabbrica “fast n’ swedish” rimane inalterato, l’amore per “The Mind’s I” continua ad essere messo bene in evidenza, così come certi arrangiamenti che mi ricordano  l’accoppiata Soilwork/In Flames. Ovviamente non mancano i ritornelli melodici dimezzati (nel senso che rispetto al tempo della strofa, viene dimezzato il bpm con il quale suona la batteria) che hanno fatto la fortuna del genere “Swedecore”.

Un elemento che ho sempre apprezzato nei Darkest Hour è quell’epicità latente di cui si rivestono certi passaggi melodici, certo non massiccia come per gli Heaven Shall Burn, al contrario, pacata e tra le righe, elegante direi. Un album, questo “Deliver Us“, gradevole dal principio alla fine, compatto ma variegato, con degli assoli difficili da trovare in bands di questo genere (se escludiamo Soilwork e Unearth), il cui pregio fondamentale è la riscoperta di un certo heavy metal classico, ben miscelato al thrash ottantiano americano.
Dalla commistione di tutte queste influenze nascono brani come “Doomsayer (The Beginning Of The End)” che, messa in apertura, è da brividi: un guitarwork come non si sentiva da tempo, veloce potente, aggressiva e melodica; altro pezzo da novanta è “Demon(s)“: uscita da uno degli ultimi albums dei Dark Tranquillity, semplicemente emozionante, con il singer John Henry alle prese con un ritornello in clean vocals sporcate stile thrash, un solo di chitarra che farebbe invidia allo sweep a cascata di Olaf Thorsen (o al pick fall di Richard Benson???); da menzionare “A Paradox With Flies“: concentrato di epicità, melodic death e armonie sognanti, come se gli Amon Amarth si fossero messi a giocare con il pop non rimanedo statici e monolitici e avessero deciso di divertirsi suonando. Ed infine, vorrei spendere due parole per il brano “Full Imperial Collapse“: particolare per i Darkest Hour perchè pregno di metalcore americano, senza compromessi e senza melodie di facile presa, un esperimento, ben riuscito, di mastodonticità sonora, con intermezzo e guitar-solo stile “Meshuggah”.

Un album ben riuscito, nulla di imprescindibile, ma davvero entusiasmante, in un periodo del death melodico – metalcore – death/thrash un po’ povero di uscite davvero buone.
I Darkest Hour, subito dietro gli inarrivabili Unearth, tentano di risollevare le sorti di un genere che sta mostrando tutti i suoi limiti, con Atreyu e It Dies Today davvero alla frutta.

Tracklist:

1. Doomsayer (The Beginning Of The End)
2. Sanctuary
3. Demon(s)
4. An Ethereal Drain
5. A Paradox With Flies
6. The Light At The Edge Of The World
7. Stand And Receive Your Judgement
8. Tunguska
9. Fire In The Sky
10. Full Imperial Collapse
11. Deliver Us

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