Recensione: Detroit Stories

Di Vito Ruta - 7 Marzo 2021 - 0:01
Detroit Stories
Band: Alice Cooper
Etichetta: earMUSIC
Genere: Hard Rock 
Anno: 2021
Nazione:
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84

Con Alice Cooper, prima come gruppo e successivamente da solista, nasce il glam rock come abbiamo imparato a conoscerlo ed amarlo: cattivo, eccessivo, colorato e spettacolare.
Con abiti androgini, trucco pesante intorno agli occhi (corpse paint ante litteram) e movenze teatrali, Alice Cooper lega indissolubilmente la musica all’aspetto visivo. Crea uno spettacolo live oltraggioso, dalla forte matrice orrorifica, erede diretto del Grand Guignol, con truculenti esecuzioni sul palco (a mezzo di sedia elettrica, ghigliottina e impalamento) e, naturalmente, fiumi di sangue.
Fonda un genere che sarà battezzato shock rock e impartisce una lezione che tantissimi dopo di lui raccoglieranno, a partire dai Kiss, che esasperarono l’idea del trucco creando degli alter ego, per finire a Marilyn Manson.

Intelligente, smaliziato e musicalmente ecclettico, Alice, all’anagrafe Vincent Damon Furnier, comprende che, toccate le vette della provocazione, non si può scandalizzare ad oltranza i benpensanti e la butta sull’ironia, trasformandosi da impersonificazione del male a suo scanzonato testimone (una sorta di zio Tibia del rock).
Detroit stories”, è l’ultimo, atipico, capitolo di una prolifica, quanto longeva, carriera. Con la sua miscellanea di cover, inediti e brani già pubblicati, è una summa, che spazia tra tutti i generi con i quali l’artista si è confrontato, con rimandi più o meno espliciti al passato.
Allo stesso tempo, come lascia intuire il titolo, il lavoro è un omaggio a Detroit, dove “Mr. Nice Guy” iniziò a muovere i primi passi.
La città ha conosciuto alterne fortune, dall’essere l’opulenta capitale dell’industria dell’auto è giunta a dichiarare bancarotta, in una spirale discendente di miseria, abbandono e disperazione che, però, non ha mai realmente minato la speranza dei suoi abitanti nella rinascita.
L’album è stato registrato nella città dei motori, da musicisti locali e per gli autoctoni che, in fatto di gusti musicali, si sono sempre differenziati da losangelini e newyorkesi, preferendo, nell’ambito rock (perchè Detroit ha pure una anima soul funky), uno stile più viscerale e diretto, affine al proprio temperamento.

Apre la effervescente cover “Rock & Roll” dei Velvet Underground, brano (guarda caso composto a Detroit) oggettivamente bello, che risulta superbamente arrangiato e magistralmente interpretato. Segue “Go Man Go”, già pubblicata nell’EP (a tiratura limitata a 20.000 copie numerate) “Breadcrumbs” del 2019, con la quale siamo teletrasportati in territorio punk.
La cover “Our Love Will Change The World”, degli Outrageus Cherry, band di Detroit, allo stile musicale spensierato e allegro contrappone un testo cinico e disturbato e rientra perfettamente nello stile di Alice, da sempre impegnato a spiazzare l’ascoltatore.
Social Debris” è un ottimo pezzo hard rock che parla della condizione del musicista negli anni 70, sovente considerato un rifiuto sociale. ”$10000 High Heel Shoes”, in cui alla voce solista fanno da contraltare irresistibili cori soul femminili, è un omaggio allo stile Motown che con il rock a Detroit conviveva pacificamente. Altri due brani classici sono “Hail Mary”, che si contraddistingue per un guitar solo old school, e “Detroit City 2021”, traccia originariamente pubblicata in “The Eyes Of Alice Cooper” e riproposta nel già citato “Breadcrumbs”, che non poteva restare fuori dall’album perché parla della storia e dei luoghi della città.
Si passa dal blues rock da manuale di “Drunk And Love” al boogie rivisitato di “Indipendence Dave”.
I Hate You” è un brano in cui convivono punk, rock e hip hop in stile Run DMC. “Wonderful World”, uno dei pezzi top dell’album, alterna nell’interpretazione un cantato alla Jim Morrison ad uno alla “Steven”, disturbato protagonista del favoloso concept album “Welcome to My Nightmare”, uno degli apici della produzione di Alice.

Altra traccia già presente in “Breadcrumbles” è “Sister Anne”, cover degli MC5, anch’essi originari di Detroit. La mid-tempo “Hanging on by a Thread (Don’t Give Up)” è il manifesto dello spirito della città, sempre pronta a lottare e andare avanti, con un gran bel testo parlato, che si chiude con l’invito a chiamare in caso di bisogno il numero della linea prevenzione suicidi.
Shut Up And Rock” è un energico invito a fare del sano rock senza perdersi in chiacchiere. Ancora una cover in chiusura, “East Side Story” di Bob Seger, nato e cresciuto a DearBorn, città nei sobborghi di Detroit, anch’essa presente in“Breadcrumbs”.

Nonostante il carattere composito, la godibilissima uscita, destinata ad essere tra le migliori di questo anno, presenta sonorità ricche e assolutamente omogenee, anche grazie alla maestria di Bob Ezrin, produttore capace di conferire ad ogni album a cui abbia lavorato (e sono tanti, compresi diversi del nostro) un tocco tanto personale da costituire una firma.
Detroit stories” testimonia l’immutata versatilità, l’irriducibile vitalità del re dello shock rock (che milita anche negli Hollywood Vampires, unitamente a Joe Perry e Johhny Depp) e la sua forma smagliante, a dispetto dei 73 anni da poco compiuti.

Lunga vita al re!

 

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