Recensione: Djinn

Di Gianluca Fontanesi - 27 Settembre 2020 - 14:14
Djinn
Band: Uada
Etichetta: Eisenwald
Genere: Black 
Anno: 2020
Nazione:
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65

Il Djinn, preferibilmente Tanqueray o Bombay, oltre a essere buono con acqua tonica o Martini, è anche una creatura appartenente alla mitologia islamica. E’ un’entità intermedia, tra il mondo angelico e l’umanità, che nei tempi moderni è presto diventata il famoso genio che tutti conosciamo. Culture di massa a parte, Djinn è anche l’attesissimo terzo album degli Uada, band statunitense in ascesa vertiginosa, sia sul lato artistico che del successo. Nell’ultimo periodo però, i nostri hanno fatto parlare di sé per motivi tutt’altro che musicali: dai problemi di caldo avuti lo scorso anno fino ad arrivare alla farsa della foto promozionale di Marilyn Manson, che avrebbe imitato lo stesso gesto delle foto loro. Un bel tacer non fu mai scritto.

Nonostante tutto, però, la band di Portland, strumenti alla mano il black metal lo sa suonare eccome: Devoid Of Light prima e Cult Of A Dying Sun dopo hanno creato una discreta fanbase e grandi aspettative nei confronti di una proposta artistica non ancora nella completa maturità ma potenzialmente grandissima. Djinn, il fatidico terzo album, fa cilecca in maniera inaspettata; piacerà sicuramente a tanti ma nello stesso tempo ne deluderà tantissimi. Vediamo perché.

La titletrack, scelta anche come singolo apripista, è un pezzo bellissimo, con grandissime melodie, trame e un’aura epica magniloquente e fragorosa. E’ tutto molto bilanciato e l’alternarsi tra momenti più furiosi ad altri più progressivi porta a un tema portante da applausi. Nonostante la strofa rimandi a quella di Colony degli In Flames, il brano scorre perfettamente fino al minuto 4.34, dove lo stacco è pessimo e sembra buttato lì da una band alle primissime armi. Chitarra lasciata da sola, volume che si abbassa in maniera repentina e assolo che riparte dal nulla: terribile.

The Great Mirage continua ad ibridare black metal con partiture più progressive e la proposta funziona, stesso discorso per No Place Here, che inizia però ad essere ridondante e nel finale offre quattro minuti di spoken word utili come il 2 a briscola.

Quello che hanno fatto gli Uada alla loro proposta è ora piuttosto evidente: l’hanno resa vendibile. In questo disco non c’è traccia di ferocia e furia; è tutto costruito talmente bene da risultare finto. La produzione alla lunga è fastidiosissima e riesce nell’intento di far suonare pop un disco black metal; gli arrangiamenti seguono questo trend con le due chitarre che si dividono in accordi aperti e note alte. Il riffing è sempre ancorato in quella parte del manico e, come da tradizione Uada, nel corso del disco si ripete e si copia da solo. Nella seconda parte della tracklist tutto questo, insieme a moltissimi momenti che rimandano al goth rock dalla melodia catchy allegra e spensierata, risulta stucchevole e inficia la longevità dell’album in maniera irreversibile. Si arriva a un certo punto che di note alte non se ne può davvero più ed è un peccato.

In The Absence Of Matter, nonostante una confusione iniziale con le voci lontane e definite male, offre comunque bei momenti nella parte centrale anche se il minutaggio piuttosto alto dei brani non aiuta l’ascoltatore praticamente mai. Forestless ha un ottimo inizio progressive metal e un buon crescendo, con i blast beat che purtroppo mordono come un chiwawa sdentato. Il tema è identico a quello della titletrack e conferma la staticità del riiffing; sul finale poi arriva l’immancabile parte allegra e sembra di essere su Scherzi A Parte. Chiudono il tutto i quattordici minuti di Between Two Worlds, il cui inizio sapete già come suona, no? Ci risveglia verso la parte centrale, dove finalmente la proposta si oscura anche se il danno ormai è fatto e la noia subentra con fare quasi professionale.

Che conclusioni dobbiamo trarre, ora? La proposta degli Uada è passata da un bel black metal a un black metal ad altissimo tasso glicemico, talmente alto da diventare indigesto e inficiare un prodotto che avrebbe sicuramente meritato miglior fortuna. Dispiace, anche perché parliamo di una band dal potenziale enorme e che comunque sa suonare bene. Djinn sicuramente venderà parecchio e porterà gli Uada su palchi piuttosto importanti; l’attitudine però è rimasta imprigionata nei due dischi precedenti. Quel che rimane è un grosso punto di domanda.

Astenersi diabetici.

 

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