Recensione: Echoes of a Time Once Past
Ottavo album per i bavaresi Wolfchant, che a due anni dalla ristampa di “A Pagagn Storm” e a cinque da “Omega: Bestia” danno alle stampe questo “Echoes of a Time Once Past”. Partito come progetto di viking metal tout–court, il sestetto – attivo già da una ventina d’anni abbondante – ha evoluto la sua ricetta diluendone parzialmente la violenza iniziale con inserimenti melodici vicini a certo power folk, donando una maggior portanza a tastiere cafone dal taglio saltuariamente cinematografico pur mantenendo la matrice aggressiva di fondo. Il risultato è un mix propositivo ed iracondo tra folk, power e death melodico, in cui chitarre arrembanti ed una sezione ritmica precisa e ben piazzata al centro della scena sorreggono la coppia di vocioni ruvidi che spazia da uno scream raschiante a toni più puliti ma a volte un tantino molesti. I ritmi si mantengono movimentati per buona parte di “Echoes of a Time Once Past”, proponendo tracce galoppanti e dirette infarcite di melodie immediate e dal piglio battagliero che solo di tanto in tanto rallentano per indulgere in qualche momento più trasognato (si veda la pausa centrale dell’altrimenti trionfalissima “Dem Sturme Voraus”, che mi ha ricordato certi passaggi dei connazionali Die Apokalyptischen Reiter del periodo “All You Need is Love”). Il tutto viene agevolato da una produzione ed un bilanciamento dei suoni intelligente, capace di donare la giusta pulizia e corposa rotondità agli strumenti senza far suonare l’album troppo plasticoso.
La sensazione, ascoltando “Echoes of a Time Once Past”, è quella di trovarsi in un album degli Ensiferum che di quando in quando strizza l’occhio a sonorità moderniste più vicine ai Dark Tranquillity di inizio millennio e sfuriate chitarristiche dal retrogusto neoclassico, mentre le melodie solitamente trionfali e spavalde vengono sporadicamente squarciate da schegge cariche del pathos solenne e un po’ lamentoso di certo folk esteuropeo. Un risotto musicale capace di far sollevare più di un sopracciglio, soprattutto considerando l’apparente caos compositivo che pervade i nostri – con tracce che mescolano indifferentemente tutti gli elementi sopracitati nel giro di pochi minuti, in una splendida dimostrazione di strafottenza – ma che non posso negare che mi abbia divertito come un bimbo in un negozio di giocattoli. Se, infatti, da una parte si percepisce la volontà dei nostri di infarcire ogni brano di “Echoes of a Time Once Past” del maggior numero di ingredienti possibile, in una specie di parossistica rincorsa a chissà quale record autoimposto, dall’altra l’ottimo lavoro delle chitarre amalgama la maggior parte delle asperità così ottenute, ammantando il tutto di un’arroganza rinfrescante che mi ha permesso, una volta capito in che disposizione d’animo mettermi iniziando l’ascolto, di godermi il giro di giostra. Anche perché, è non è un dettaglio da poco, durante i tre quarti d’ora scarsi di “Echoes of a Time Once Past” non c’è proprio il tempo di annoiarsi: probabilmente il lavoro non brilla per una particolare persistenza nella memoria una volta terminata la riproduzione, ma durante il viaggio ci si diverte.
Gli unici momenti di stanca si avvertono, prevedibilmente, quando i nostri rallentano: allora si ha la sensazione che gli ingranaggi non girino a dovere – andando così ad impantanare la scorrevolezza del pezzo con qualche passaggio a vuoto o con qualche transizione un po’ forzata – o che la voce pulita non renda come nei frangenti più veementi. È proprio allora che affiorano i limiti di composizioni così cariche di ingredienti ma prive di una linea guida ferma e coerente che tenga tutti in riga, per così dire. Un problema che, va detto, i nostri si trascinano dietro da tempo, ma a cui semplicemente non sembrano interessati a porre rimedio. Al netto di tutto ciò, comunque, devo dire che continuo a ritenere “Echoes of a Time Once Past” un lavoro divertente, cafone e molto gustoso. I Wolfchant a quanto pare hanno trovato una loro caotica quadratura del cerchio fatta di continue aggiunte alla formula di partenza, e ad essa si attengono in modo scrupoloso puntando sull’arroganza propositiva e l’impatto immediato ed ignorante. Per quanto mi riguarda, a posto così.

