Recensione: Eleventh Hour

Di Roberto Gelmi - 7 Marzo 2020 - 0:01
Eleventh Hour
Band: Novena
Genere: Progressive 
Anno:2020
Nazione:
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80

Il supergruppo Novena nasce nel 2016 con l’uscita dell’EP Secondary Genesis. I musicisti chiamati a raccolta sono niente meno che Ross Jennings (Haken), Gareth Mason (Slice The Cake), Dan Thornton (ex-HAARP Machine, ex-No Sin Evades His Gaze) Cameron Spence (Ravenface) Moat Lowe (Slugdge, ex-NSEHG) ed Harrison White.

Dopo concerti di supporto a band come Skyharbor, Vola e Sithu Aye, e un triennio di duro lavoro, la band rilascia il suo album di debutto, Eleven Hour, e giustamente i fan si aspettano un lavoro di tutto rispetto visto il tasso di creatività e tecnica proposto dalla line-up.

A detta della band il platter include e porta a compimento i percorsi di sperimentazione già toccati in Secondary Genesis e includono momenti heavy/djent, melodie toccanti, armonie sontuose e una propensione al racconto concettuale. Non a caso, Jennings & Co. parlano dell’obiettivo di scrivere testi sinceri, sia veri sia di finzione (“write and tell heartfelt stories, both true and fictitious”).

 

L’album dura una settantina di minuti, divisi in dieci canzoni (di cui due superano i dieci minuti) e si presenta con un artwork vagamente mistico, con un orologio d’altri tempi che segna l’idiomatica undicesima ora citata nella parabola biblica dei vignaioli. Dopo un intro di 60 secondi, l’opener “2259” prende avvio in modo atipico, con un coro a cappella di voci bianche, seguito da un repentino cambio di atmosfere. In pochi secondi si passa dal paradiso all’inferno per così dire: alla voce eterea di Jennings, infatti, vengono accostati i (pochi ma tosti) grunts di Gareth Mason, con un effetto dirompente. Le sezioni strumentali, invece, ricordano il sound degli Haken ma senza raggiungerne le vette creative. In sostanza siamo di fronte a un bel biglietto da visita. “Sun Dance” risulta un brano leggermente meno riuscito, troppo semplice nella sua struttura canonica, anche se le linee di basso spiccano nel mix. La cattiveria metal non torna nemmeno in “Disconnected”, dove a ipnotizzare l’ascoltatore semmai sono le linee vocali e i ripieni di Jennings. Atmosfere crepuscolari in “Sail Away”, con concessioni a una lisergia mutuata dai maestri Porcupine Tree.

E arriviamo al giro di boa con “Lucidity”, secondo brano più lungo in scaletta. Di solito un album prog. dà il meglio in composizioni articolate, le aspettative dunque salgono. I primi secondi non sono niente male: pianoforte e chitarre ritmiche droppate invitano a un sano headbanging, non manca la doppia cassa e ritornano anche i grunts. Il sound della chitarra elettrica ricorda i Dream Theater di A Dramatic Turn Of Events, il continuo alternarsi di dinamiche opposte (fortissimi e pianissimi) invece richiamano alla mente la maestria desultoria degli Opeth. Nel finale il brano perde un po’ di mordente, complice una lunga e ambiziosa parte recitata che però prelude a un epilogo pirotecnico dove non possono mancare staffilate djent.

Il vero highlight del disco, tuttavia, a detta di chi scrive è “Corazon”. Questa song, infatti, dimostra quanto valgono i Novena e quanto sia vasto il loro spettro sonoro. La traccia è un vero programma: visto il titolo parliamo di metal accostato a ritmi latini, ma non è il quid, bensì il modus a stupire. I Novena riescono a fondere i due universi sonori in modo davvero originale. Tutto nasce da un riff ben congeniato che viene ripreso –udite, udite – da un applauso poliritmico. A metà, infatti, il brano invece di terminare in modo prevedibile, risorge dalle sue ceneri e ingloba strofe in spagnolo. Semplicemente geniale.

L’ultima mezzora del full-length abbraccia solo tre canzoni. S’inizia con la schizoide “Indestructible”, catchy e orecchiabile nei primi 120 secondi, quasi metalcore nel prosieguo. “The Tyrant” ha una struttura più articolata e vive di numerosi cambi di ritmo e atmosfera; da segnalare il bell’assolo di chitarra al sesto minuto (Petrucci ne sarebbe contento). E dopo una coda con ritmiche pesantissime, il gran finale inizia in modo solare. La suite “Prison Walls” nonostante il titolo prende avvio con delay di chitarra e un incedere scanzonato; segue una sezione semiacustica di puro refrigerio mentale. La svolta avviene dopo l’ennesimo lungo sample recitato: a metà minutaggio il brano cambia pelle e si fa claustrofobica (per alcuni istanti non sembra nemmeno la stessa band, effetto davvero spiazzante!). Il disco comunque si chiude in modo distensivo con la voce di Jennings e un acuto graffiante.

Che dire dopo questo viaggio sonoro? I Novena hanno messo tanta carne al fuoco, rischiando di esagerare pur di ottenere un sound innovativo. Il risultato non è un capolavoro, ma nemmeno un disco mediocre. Al momento la loro musica vive di influssi disparati (Dream Theater, Opeth, Periphery) portati a un punto di sintesi interessante ma ancora incompiuto. Sicuramente siamo di fronte a un album specchio dei nostri tempi e con alcuni buoni pezzi. Auguriamo ogni bene ai Novena, in futuro faranno sicuramente ancora parlare di sé.

 

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