Recensione: Eviscerating Desolation

Di Giovanni Picchi - 30 Novembre 2025 - 15:50
Eviscerating Desolation
Band: Devastrosity
Etichetta: Comatose Music
Genere: Death 
Anno: 2025
Nazione:
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60

Giungono all’esordio su Comatose Music i Devastrosity, terzetto originario dell’isola di Giava in cui militano musicisti provenienti da altre bands affermate nel panorama underground indonesiano come Deserter, Gorification e Killharmonic.

La band ha pubblicato nel 2024 un demo in edizione limitata intitolato “Human Depravation” mentre quest’anno esordisce su scala mondiale con questo ambizioso “Eviscerating Desolation”. Monicker, titoli delle canzoni e cover in modalità splatter non lasciano scampo o adito ad equivoci: trattasi di un brutal death metal di stampo old-school, malvagio, senza compromessi, senza alcuna concessione alla melodia e coerente con l’attitudine del trio, ossia devozione e dedizione per l’estremismo sia nella musica che nei testi.

Lo stile è inquadrabile tra i primi Cannibal Corpse e i Suffocation per citare i più conosciuti, ma per tecnica, esecuzione e produzione sono più accostabili a gruppi più di nicchia ma non meno letali come Putridity, Disgorge, Gorgasm e i Malignancy dei primi tre album, in quanto appunto più grezzi, meno propensi a iper-tecnicismi e soprattutto beneficiari di una produzione minimale, non eccellente e non perfettamente equilibrata nelle sue parti.

Pur possedendo un riffing veloce, i nostri non hanno la pretesa di emergere dalla massa ma cercano di affermarsi solamente per quello che vogliono essere, ossia brutali, selvaggi e devastanti. A rendere il tutto più malsano sono i suoni cupi della chitarra e del basso in sottofondo ai quali si aggiunge la voce cavernosa e gutturale del cantante Ardian, monocorde e piatta nei suoi profondi grugniti che trattano temi nichilistici a sfondo apocalittico e orrorifico. Su questo muro sonoro cupo e profondo emerge da contraltare il suono esagerato della batteria che sovrasta sul resto, soprattutto per l’accordatura alta del rullante, che ricorda molto le raffiche di una mitragliatrice da trincea.

Non sto a descrivere le canzoni ad una ad una in quanto presentano tutte le stesse caratteristiche: riff di chitarra veloci e infarciti di “pinch harmonics” e breakdown, cambi di tempo continui con parti più rallentate e blast-beat improvvisi che possono pure sembrare soluzioni univoche e non particolarmente originali ma alla lunga si fanno apprezzare per taluni aspetti legati puramente al fattore della dinamicità e della brutalità in sé, che sono gli ingredienti fondamentali del genere.

Magari una produzione più limpida ed equilibrata, l’inserimento di parti strumentali diverse dall’abuso dei pinch harmonics ed una maggiore enfasi nel creare atmosfere lugubri avrebbero dato al disco una spinta in più, ma questo è solo il primo atto di una band che continuerà sicuramente imperterrita per la sua strada, nel bene o nel male.

Giovanni Picchi

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