Recensione: Exodromos

Di Vittorio Sabelli - 26 Marzo 2013 - 7:00
Exodromos
Band: Wormed
Etichetta:
Genere:
Anno: 2013
Nazione:
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90

  « Expulsion

Abstract vector space

Electrns are totally ripped free from the nuclei

Super-sonic interplanetary shock waves

Accelerated the shock waves from supernova explosions»

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Esagerato, verrebbe da pensare! Come si fa a dare un novanta a una band (semi)sconosciuta? Semplicemente pensando che “Exodromos” è il successore futuristico – a distanza di venti anni – di quel macigno chiamato “Non So Vile”.

Andiamo con ordine, cominciando dalla Willowtip: che non sia sulla strada del commerciale è cosa risaputa, ma che abbia la bacchetta magica per assoldare band dall’altissimo potenziale creativo, compositivo e distruttivo è ormai cosa certa. Ulcerate, Phobia, Malignancy sono solo alcune delle recenti proposte della label americana, ma non solo act dai Nuovi Continenti, perché questa volta hanno fatto tredici in terra spagnola con i Wormed; ma come abbiamo dovuto attendere dieci anni dal loro primo “Planisphaerium”?

Basta un semplice ascolto per capire che il quintetto madrileno fa parte della cerchia dei ‘pochi ma buoni’, alla stregua di band quali Necrophagist e Pavor in primis. L’EP “Quasineutrality” dello scorso anno lasciava ottime speranze per i fan delle proposte più estreme in ambito brutal, ed ecco che i Nostri ci deliziano con una terrificante proposta che non lascia vie di fuga. Se volete immergervi nel vortice di “Exodromos” non ne uscirete indenni: il riffing, a differenza del passato, è fortemente originale e ‘localizzabile’, chiaro e coinvolgente, che non si fa mancare nulla, dal dissonante allo sweep. La voce è disumana e il growling alieno di Phlegeton è unico, così come i suoi testi visionari, che dipingono universi che portano l’ascoltatore a confrontarsi con la propria psiche per una partita il cui premio è la follia. Siete costretti a viaggiare con l’immaginazione e la fantasia, non ci sono elementi riconducibili a materiale conosciuto, è tutto fresco, nuovo.

Il lavoro di Riky, batterista venuto da Saturno, completa l’opera, ma non pensate all’ennesima macchina killer, bensì a un musicista che non usa pattern neanche sotto tortura. Il suo stile non ha nulla a che vedere col classico drumming, così come il settaggio della batteria, che rende piatti e pelli più affini al jazz che al metal estremo, ed è una delle chiavi di volta dell’intero disco. In trentatré minuti non troverete nulla di conosciuto o di scontato e preconfezionato. Le dieci tracce hanno strutture creative e innovative, e il biglietto da visita che è l’artwork in stile cyber ne anticipa il contenuto. In pochi dischi si fonde con la musica come in questo caso, per illustrarci il loro sperimentale brutal death metal maledettamente moderno, originale, unico.

Per la prima volta in una recensione non voglio entrare in merito sulla questione dei singoli brani, non è pensabile. Questo è un disco che sconvolgerà i vostri sensi, ma solo se vi lascerete trasportare dalle sue vibrazioni, e, data la giusta durata, è impensabile interrompere l’ascolto o pensare di selezionare le singole tracce. Sarebbe un peccato mortale perdersi un lavoro del genere, che non necessariamente rientra nell’ermetico brutal, ma consigliato a chiunque voglia assistere ‘in tempo reale’ a una delle migliori uscite degli ultimi anni, e, visto che ormai non ci sono più freni, credo che questo disco futuristico possa essere messo a tacere solo tra i masterpiece nella vostra discografia.

 «I am the involution controller» 

Vittorio “VS” Sabelli

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