Recensione: Extreme Measures

Di Roberto Gelmi - 30 Aprile 2014 - 18:31
Extreme Measures
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Anno: 1998
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80

A detta di chi scrive Vitalij Kuprij è il miglior tastierista metal di ogni tempo, così come Sean Malone al basso e Michael Kiske al microfono. Questo non solo perché il talento ucraino è anche un pianista di fama internazionale (interprete di brani celeberrimi di Chopin, Liszt e Rachmaninov), ma in primis per la valentia con cui ha saputo e sa ancora coniugare metal e musica d’arte.
Dopo il debutto solista con High Definition, il secondo album dell'ex-Artension è un altro cameo di baroque metal, degno complemento di quanto ha costruito negli anni Yngwie Malmsteen sul versante chitarristico (si vedano, in tal senso, anche le sempre terribili copertine di entrambi gli artisti in questione).
Ci troviamo di fronte, dunque, a un’ora di musica squisita, di cui un quarto tonale, fra tributi a grandi compositori del passato e potente metallo ricercato.

L’album si apre sui toni fatati di un preludio di pianoforte e termina con un’apoteosi di sintetizzatore; inizio e fine, programmatici di uno stile sempre scisso e  insieme coeso, nella riuscita ibridazione di due universi musicali che, aldilà delle apparenze, hanno molto in comune.
L’incipit di “Destination” è tra  i più memorabili della discografia di Kuprij, con un synth di fisarmonica che conferisce originalità al sound metal, regalando fin da subito scale ispirate e abbellimenti barocchi. Alla chitarra George Bellas è un degno comprimario (sarà poi ospite in Foward And Beyond): la pennata del chitarrista statunitense è, infatti, pulita e incisiva, ma non priva d’identità.  La sezione ritmica, da par suo, è pulsante e millimetrica, come da canone malmsteeniano. Un brano strumentale da nove minuti così ricco di trovate eclettiche e tecnica non è per i palati poco navigati: per chi ama la proposta di Kuprij, invece, si tratta di orgasmo puro. Non si può parlare, tuttavia, di prog. metal tout court: non ci sono tempi dispari e l’esasperante ricerca del limite theateriani (o, almeno, non nella stessa direzione d’intenti); in compenso i dialoghi tastiera-chitarra hanno un che di vitale e sempre accattivante, in un procedere senza apparente soluzione di continuità, tra assoli, break improvvisi e ritorni circolari dei main-theme. “Destination” tocca l’acme al quinto minuto con botta e risposta tra Kuprij e Bellas; segue un breve break di pianoforte, che anticipa gli ultimi minuti a velocità sostenute e con qualche finezza di batteria.
“Extreme Measures” ha un inizio al fulmicotone, con il synth marchio di fabbrica del tastierista ucraino, dal suono così pieno e potente. Il refrain è fresco e orecchiabile, l’intero brano ha una struttura ben congeniata tra cadenze e sweep-picking della 6-corde. Lo stacco al min. 4:14 è tra i momenti migliori del platter: su tappeto di pianoforte, Bellas incanta, sfoderando uno degli assoli più appaganti del disco, sopperendo superbamente all’assenza di un cantante in line-up. Nel prosieguo ritroviamo il synth d’apertura, che, con le sue svisate, sta d’incanto accostato alle chitarre (un gruppo come i Threshold punta moltissimo su questo aspetto). Una grandiosa rullata di batteria chiude la traccia.
“Depression” è un pezzo nervoso, con un main-theme volutamente claudicante. Le scale discendenti diminuite di pianoforte esprimono un senso d’inappagata irrequietezza e insoddisfazione, in un loop di virtuosismi, hammond e sfuriate metal (cavalcate ritmiche e qualche bending). Lo stacco al min. 3:11, con piano e chitarra classica, è un vero tocco di classe, peccato sia effimero. Il continuo alternarsi di momenti euforici e opprimenti dà l’idea della vera essenza della depressione, uroboro mai domo. Non a caso, il brano (non) termina con un fade-out che lascia irrisolta la trama emotiva della composizione.

Brano di musica tonale riuscito oltre ogni dire, lo “Studio n° 11 in La minore (Op. 25)” di Fryderyk Chopin è tra le vette più inaccessibili per i comuni mortali. Se Jordan Rudess si era cimentato con lo Studio n° 10 (Op. 12) “Il rivoluzionario” (nell’album tributo Steinway to heaven del 1996), Kuprij qui sfodera tutta la propria maestria esecutiva, da concertista navigato ma sempre entusiasta. Le scale suonate della mano destra, insieme agli accordi marziali della sinistra, rappresentano l’essenza della musica amata dall'ucraino, votata al sentimento puro. I secondi finali, con accordi su registri bassi, sono metal ante-litteram.
“Crying in the Shadows” si potrebbe definire l’unica vera ballad dell’album. Armonie strappalacrime (come titolo vuole) e accordi di chitarra elettrica su mesta melodia dei tasti d’avorio. Poca tecnica, tanto pathos, basti questo a far capire che Kuprij non è solo un mostro di bravura fine a se stessa. Brano consigliato per chi si approccia da neofita alla musica del tastierista ucraino.
Dalle lacrime al fuoco ardente: “Track on Fire” riporta il full-length su ritmi al cardiopalmo. Le svisate e il tapping di Bellas, affiancato da doppia cassa e basso “continuo”, sono l’ennesima dichiarazione d’intenti senza remore e quasi siamo sui livelli di un raffinato power metal stratovariusiano. Gli ostinati modulati e le decine di scale suonate sono la quintessenza di un barocco sapientemente riattualizzato. Non va cercata l’originalità a ogni costo, così anche la ripetitività dei virtuosismi messa in campo è da leggersi nell’ottica di un genere musicale che non disdegna l’ampollosità. Nessuna linearità forzata, dunque, bensì inventiva e variazioni a non finire, come in un mosaico di affascinanti bizantinismi: l’arte proclama a gran voce il proprio sprezzo per la necessità.
Altra mirabile interpretazione chopiniana quella dello “Studio n° 12 in Do minore (Op. 25)”, brano che richiede un’abilità esecutiva non indifferente, con i suoi arpeggi sapidi e memorabili ripieni. Il tema iniziale ricorda quello del secondo preludio, nella stessa tonalità, tratto dal primo libro del Clavicembalo ben temperato di J. S. Bach, altro exploit virtuosistico noto ai melomani più incalliti.
“Intrigue” attacca grintoso, poi si fa strada un tema che non sfigurerebbe in un album dei Cacophony e che strizza l’occhio di nuovo a Bach. Cinque minuti di musica insana, un vero profluvio di note e scambi d’idee tra Kuprij e Bellas. A metà brano trova spazio un breve adagio della 6-corde, poi un tremolo picking di chitarra classica e pure un assolo di batteria.
L’ultimo quarto del platter comprende due brani con Kuprij solista a prendersi la scena.
Le “32 Variazioni in Do minore” di Ludwig van Beethoven (del 1806) si snodano lungo dieci minuti e presentano numerosi cambi di dinamiche; la composizione è, altresì, un velato omaggio del grande sinfonista al genio di Bach. Un tributo al classicismo, dunque, che convive con la passione del tastierista per la musica barocca.
L’ultima parola, infatti, è ancora sotto il segno del Kapellmeister turingiano: “Epilogue” è una rivisitazione della sontuosa “Fantasia cromatica e fuga in Re minore”, (BWV 903) di J. S. Bach, uno dei massimi vertici clavicembalistici (insieme alla “Toccata d’ottava stesa” di A. Scarlatti e il “Fandango” di A. Soler, per non parlare dei geni J-P. Rameau e François Couperin). Scegliendo di riproporre questo brano, Kuprij vuole evidentemente stupire e dar agio alle sue immense capacità tecniche. Il suo synth satura in modo (s)concertante lo spazio musicale: il risultato è, per chi scrive, il miglior brano di tastiera “metal” composto a oggi, il paradiso dei maghi dei tasti d’avorio che amano le sonorità pesanti. Nei minuti conclusivi i ritmi (quasi da colonna sonora videoludica) si fanno così sincopati che si avverte come un senso d’oppressione, preludio alla spettacolare catarsi finale.

Per tirare le somme, Extreme Measures è un album che gioca sul concetto di estremo musicale e ci rivela fino a dove possa spingersi la genialità e perizia umana nella “prigione” delle dodici note. Un manifesto di riferimento per tutti i virtuosi di oggi e domani e, al contempo, un invito a familiarizzarsi con i grandi compositori del passato.

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