Se andiamo alla ricerca dei primi pionieri del Techno-Thrash, variante che ha trasformato l'istinto primordiale del Thrash Metal in “scienza” e precisione sonora senza rinunciare alla ferocia ed al caos, i texani Watchtower possono essere considerati i padri fondatori mentre i canadesi Annihilator coloro che lo hanno portato al successo commerciale. Ci sono però anche i californiani Forbidden che, nel 1990, lo hanno ulteriormente elevato adattandolo ai canoni del tipico sound Bay Area.
Appartenenti alla cosiddetta “seconda ondata” del Thrash Metal insieme a Death Angel, Vio-lence e Sacred Reich, per citarne alcuni, si sono fatti prepotentemente conoscere con il loro debut-album “Forbidden Evil” (dal monicker del nucleo iniziale della band), un concentrato di “battere e percuotere” fortemente debitore nei confronti di Exodus e Testament.
Fu però nel 1990 che i Forbidden compirono la loro prima svolta, pubblicando "Twisted into Form", un lavoro decisamente maturo e personale, complesso ma equilibrato, in poche parole un tassello ben piantato di Techno-Thrash.
Purtroppo la nuova decade non sorrise più al Thrash Metal: arrivarono nuovi generi suonati da personaggi con nuove attitudini, in cui, forse, molti giovani dell’epoca meglio s’identificavano. I Forbidden, come molti altri, provarono ad adattarsi a questa nuova rivoluzione musicale cambiando drasticamente direzione, rallentando ed appesantendo il proprio sound come dimostrano i full-length “Distortion” del 1994 e “Green” del 1997. E come per molti altri, questo snaturamento li portò allo scioglimento.
A parte una breve apparizione come Forbidden Evil nel 2001 al noto “Thrash of the Titans”, ci vollero ben tredici anni per riportare in vita i Forbidden, complice la decisa rinascita del Thrash con la rimessa in pista di un sacco di vecchi leoni, magari con la criniera un po' ingrigita ma dal ruggito sempre potente. L’album che segna il loro ritorno è “Omega Wave” del 2010, giusto proseguimento di “Twisted Into Form”.
La fiamma, però, si affievolisce quasi subito e, nonostante il nome Forbidden circoli bene nell’ambiente, la band si ferma nuovamente per ben sedici anni, per ricomparire oggi con un nuovo album, dal semplice titolo “Forbidden”, un termine che richiama il passato ma che sa anche di rinascita, disponibile dal 23 ottobre 2026 tramite BLKIIBLK Records.

Partiamo dalla lineup: della formazione storica, che, tra l’altro, comprendeva nomi che a sentirli scorrono i brividi, come Robb Flynn (Vio-Lence, Machine Head), Paul Bostaph (Slayer, Testament) e Glen Alvelais (Testament, Defiance), rimangono solo il fondatore Craig Locicero ed il bassista Matt Camacho, entrato nella band nel 1986. Per il resto i nuovi assunti sono Chris Kontos (ex Machine Head) alla batteria, Jeremy Von Epp alla seconda chitarra e Norman Skinner dietro il microfono, tutti con la loro buona esperienza nel mondo del Metal, in particolare nell’ambiente Thrash.
Passando alle tematiche, Locicero e compagni, da buoni Thrasher ormai incanutiti ma sempre incazzati, affrontano argomenti legati alla critica sociale, alla manipolazione di massa e al declino della civiltà attuale, proiettando il tutto in uno scenario altamente distopico. Ad esempio, se 'Divided By Zero' pone accento sul controllo esercitato dai potenti attraverso il lavaggio del cervello mediatico, la successiva 'Psyclops' analizza l'apatia sociale che addormenta l'umanità intrappolandola in un labirinto sterile. Altre canzoni approfondiscono dinamiche diverse come l’autodistruzione ecologica, l'avidità e lo smarrimento di fronte al caos globale, tutti concetti espressi in modo schietto, senza sterili accuse o giudizi morali, ma semplicemente tradotti in rabbia e puro Thrash Metal.
OK, la parte facile è conclusa, ora veniamo all’aspetto sonoro. La band mette le mani avanti dichiarando che la sua musica “non è pensata come sottofondo commerciale, ma richiede un ascolto attivo e impegnato da parte dell'ascoltatore”. Come dire: vi aspetta qualcosa di difficile.
In effetti così è: “Forbidden” parte da dove “Omega Wave” si era fermato, ma con una maggiore consapevolezza e maturità da parte dei suoi artefici. La band prende il suo Techno-Thrash, preciso come un’espressione algebrica da mal di testa e feroce come una faina, e lo avvolge in un denso ambiente Progressive, sperimentale e distorto. Il risultato non è una semplice addizione di stili, ma una vera e propria alchimia che dà vita a un magma sonoro rovente ed estenuante, i cui vapori generano atmosfere cangianti e inaspettate.
Tutta roba di non facile assimilazione, effettivamente: non ne canticchi neanche una di queste canzoni sotto la doccia e, se le ascolti in macchina le possibilità di diventare un tutt’uno con il guard-rail aumentano esponenzialmente. Non sono neanche esasperate, però: non c’è un cambio di tempo ogni millisecondo e neanche barocchismi infiniti che portano a guardare l’orologio e anche un po' a sbuffare. Le scene cambiano piuttosto come in un temporale che un po' si avvicina e un po' si allontana, aumentando o diminuendo la frequenza dei tuoni ed ogni tanto, zac! Un bel fulmine cade lì, squarciando l’aria.
Nonostante gli spigoli, gli incastri, la solidità e gli attacchi di ferocia, i continui passaggi da momenti di pericolo ad altri più distensivi, “Forbidden” scorre fluido quanto un torrente di lava. Una volta entrati dentro il suo mondo teatrale, distopico e in lotta continua, chiudendosi alle spalle la tenda della realtà, il disco ti trasporta nei suoi meandri. La qualità delle canzoni è per tutte medio-alta. La scaletta è unita dalla forza della voce di Norman Skinner: feroce e prepotente, di stampo principalmente Hardcore, sa raggiungere anche vette epiche o sprofondare in tristi disperazioni. Skinner è l’anima teatrale del disco, coadiuvato da una forte ricchezza degli assoli che contribuiscono ad aumentare il movimento delle scene e il cambio dei fondali, e da una sezione ritmica che solo in pochi momenti si rilassa, con la batteria che segna freddamente lo scorrere del tempo.
La partenza è affidata a “Single Point Failure”, un impietoso assalto che ti obbliga a fuggire dentro il mondo di “Forbidden” con al suo interno un buon gioco tra furia e melodia rubato (ma non copiato) al Metalcore o all’alternative, un modo per farci sapere che questo album è figlio di questi tempi. Facendo qualche altro esempio a random: “Burning The Lungs of Earth” è l'iper-velocità che si trasforma in caos, mentre “Divided By Zero” espone una rabbia che non dà tregua ma che poi affonda in un’atmosfera allucinogena e soffocante. “DCLXVI”, ossia “666” secondo i numeri romani, è un brano cupo racchiuso tra due arpeggi, cadenzato ma inesorabile, inarrestabile, profondo e rabbioso, ma anche evocativo. Il titolo stesso ci collega direttamente con i primi anni ’80, quando c’erano più demoni nei solchi delle Thrash band che non all’inferno.
A metà l’album viene improvvisamente spezzato in due dal dolore di “Jisei”, traccia che prende il nome dalle poesie tradizionali giapponesi scritte da chi è in punto di morte. La melodia del brano è sepolcrale: si avverte il terrore che invade chi sta per spegnersi, ma anche quella liberazione dettata dall'accettazione della fine.
Chiude l’album “Flower of Life (Chaos by Design)”, una mini-suite di circa nove minuti e mezzo che rappresenta il perfetto riassunto delle idee dei Forbidden: un pirotecnico intreccio tra technical e progressive che si muove tra atmosfere opprimenti e pericolose, accelerazioni, momenti disturbanti, rabbia e improvvisa malinconia orchestrale. Un vero teatro drammatico ma incredibilmente coinvolgente.
Concludendo, chi voleva un ritorno alle origini, un nuovo “Forbidden Evil”, forse resterà deluso quanto lo è rimasto chi si aspettava dagli Exodus un ritorno alla ferocia cieca di “Bonded By Blood” mentre si è ritrovato tra le mani un più ragionato “Goliath”. I Forbidden, però, sono questi, come d'altronde avevano già dichiarato fin dai tempi di “Twisted Into Form”, con la sola esclusione della parentesi anni ’90 legata al "cosa si fa per campare". “Forbidden” è un album maturo, che fa della complessità compositiva la sua forza principale e che trasforma il caos in ordine concettuale.
Il disco è stato registrato presso gli Sharkbite Studios di Oakland sotto la guida del produttore Zack Ohren (Machine Head, Immolation e molti altri), che è riuscito a evitare qualsiasi patina nostalgica tramite una regia che ha mantenuto intatta la carica feroce di questi vecchi leoni, trasportandola nei tempi moderni. Un'opera da ascoltare assolutamente, ritagliandosi un’ora di tempo in questi giorni di continua esasperazione.