Recensione: Franckensteina Strataemontanus

Di Alessandro Marrone - 25 Giugno 2020 - 3:33
Franckensteina Strataemontanus
Etichetta:Season Of Mist
Genere: Black 
Anno:2020
Nazione:
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75

I Carach Angren sono artefici di gelidi brividi che ci salgono lungo la schiena da ormai 16 anni. Era il 2004 quando hanno dato alla luce la demo che ha consentito loro di attirare schiere di anime irrequiete, che con il passare del tempo e dei dischi si sono decuplicate fino a confermare come il trio composto da Ardek, Seregor e Namtar avesse indubbie qualità tecniche e compositive, ma soprattutto fosse in grado di ampliare gli orizzonti del black metal sinfonico con tematiche orrorifiche che avrebbero man mano accolto un sempre crescente impatto atmosferico fatto di buio, paura e violenza sonora. Poco prima che l’album in oggetto, il sesto della discografia della band olandese, fosse posticipato anche per causa degli strascichi commerciali gettati sul business dal coronavirus, il batterista Namtar abbandona le fila della band per l’impossibilità di trovare un punto d’incontro circa la direzione musicale intrapresa dal trittico con l’ultimo album (Dance and Laugh Amongst The Rotten), valido e ispirato, ma meno incisivo degli splendidi When The Corpses Sink Forever e del più recente This Is No Fairytale. Detto questo e trovato subito un sostituto Michiel Van der Plicht (God Dethroned e Pestilence, giusto per citare due nomi mica da ridere) che dietro le pelli saprà farsi carico dell’estro del compianto Namtar, è tutto pronto per dedicarci al nuovo e ambizioso capitolo dei Carach Angren intitolato Franckensteina Strataemontanus e che ovviamente ruota attorno al padre di tutti i mostri, quello al contempo più umano e disumano della storia letteraria, Frankenstein.

Calano le luci e veniamo gentilmente accompagnati attraverso l’introduttiva e fiabesca Here In German Woodland. Ben presto ci si rende conto che quella che ai più ignari sarebbe potuta sembrare l’ennesima favola per la buonanotte si è trasformata in un crescendo di grida, archi e fiati concitati e quindi nell’ossessionata Scourged Ghoul Undead, costantemente sorretta da numerosi cambi di tempo e dalla voce di Seregor, in spolvero più che mai. Franckensteina Strataemontanus non ha fretta, non è furia cieca, tantomeno violenza fine a se stessa, tutt’altro. È il risultato di una band matura, adulta e che nella successiva title-track inserisce un abile contrasto tra le ritmiche ossessive di chitarra/basso/batteria e un pianoforte che si alterna con un uso di synth maggiore rispetto al solito. C’è anche parecchia melodia e sembra proprio di leggere i capitoli più intensi di Mary Shelly. The Necromancer sottolinea quanto Ardek e soci abbiano ancora una volta preferito atmosfere gotiche rispetto all’utilizzo di blast beat e in questo specifico caso le cose funzionano bene, nonostante non si tratti di un brano memorabile e anzi un pochino scontato. Sewn For Solitude irrompe come una pietra che trafigge un sottile vetro. Lancia un blast beat accompagnato da un violino malinconico e che lascia spazio ai cori tormentati che sorreggono il lamento ammonitore di Seregor sino alla sinfonica digressione che innalza il valore melodico del brano su terreni fino ad ora raramente esplorati. Già signori, a costo di sembrare azzardato, reputo si tratti di una delle canzoni più emozionanti che abbia sentito in questi primi sei mesi di 2020. Il tappeto orchestrale interviene nell’enfatizzare la brutalità della doppia cassa di Namtar, quanto a rendere più malinconiche le parti più spoglie di strumenti elettrici. Semplicemente fantastico.

Operation Compass cambia il ritmo e strizza l’occhio a sonorità più inclini a un death metal duro, secco e debitore di una doppia cassa che non teme la parte alta del metronomo. Nonostante la granitica precisione della sezione strumentale, sono però le digressioni quelle che concedono alle parti trainanti di ogni brano di spiccare maggiormente, mettendo in risalto un attacco e facendolo apparire come un pugno sferrato in mezzo al petto nel disperato tentativo di rianimare un cuore che ha smesso di battere. Se fosse soltanto velocità e grida dall’inizio alla fine, il rischio di far diminuire l’attenzione in gran parte degli ascoltatori sarebbe dietro l’angolo, ma in questo caso i Carach Angren restano fedeli al discorso intrapreso con il disco precedente e dimostrano di aver limato quelle scelte che lo hanno reso fin troppo prolisso e poco coinvolgente. Segue Monster, un titolo semplice quanto efficace nel lasciare che il singer detti il suo cupo rancore. La seconda metà del disco prosegue confermando quanto di buono mostrato fino ad ora, a tratti mettendo in risalto la voglia di biascicare brandelli di carne (Der Vampir von Nürnberg), alle volte suonando le più tetre corde del più profondo antro infernale (Skull With A Forked Tongue). Infine c’è spazio per la mastodontica Like A Conscious Parasite I Roam, una piccola opera a sé stante, una pietra preziosa che sa di grandioso e che delinea i grandi (in questo caso risaltando anche l’ottima produzione offerta dal sodalizio con Season Of Mist). La conclusione spetta a Frederick’s Experiments, una breve carrellata di ciò che distingue il sound Carach Angren. Ok saprà un po’ di riempitivo, di superfluo, ma dopo il senso di vuoto lasciato dal brano precedente, avere indietro un blast beat e il ghigno malefico di Seregor, riempie l’animo di … malvagità.

A tratti si possono pizzicare tratti distintivi di Cradle Of Filth, in altri momenti prevale il gusto orchestrale caro ai Dimmu Borgir, ma in definitiva Franckensteina Strataemontanus è un disco maledettamente Carach Angren. Il gruppo dei Paesi Bassi ha coraggiosamente esplorato e approfondito una nicchia con una lodevole attenzione per i dettagli strumentali, ma senza dimenticare il grande interesse rivolto alle lyrics, autentico punto forte del gruppo e per i fan che anche stavolta non resteranno certo a bocca asciutta. Ma quindi, Franckensteina Strataemontanus dove va a inserirsi nel complesso disegno discografico dei Carach? Di sicuro sa come tenere alta l’attenzione, offre una varietà davvero incredibile ma che ben s’incastra lungo l’intera durata del disco. Si tratta al contempo di qualcosa di volutamente intellettuale, un album da approcciare con la giusta calma e con la voglia di lasciarsi risucchiare come nella lettura di un buon libro. Non è perfetto, ma è un passo avanti rispetto al capitolo precedente, seppur mantenendo la rotta alternativa intrapresa. Offre un’atmosfera spaventosa, attimi di melodia, malinconia e aperture degne di una band di lungo corso. La colonna sonora per una fredda notte invernale, come per l’infernale abbraccio di un soffocante pomeriggio nel quale i demoni dentro di noi prendono il sopravvento e corrono liberi, lasciandoci il dubbio se il vero mostro non sia l’aberrazione, ma in realtà quello più insospettabile: l’essere umano.

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