C’è un momento, verso l’inizio di “Over The Violent Sun”, in cui il riff di Tony Iommi non entra semplicemente in scena: emerge come un'entità. Sale dal fondo come fumo denso in una stanza chiusa, sulfureo e lento, con quella grana rocciosa che nessun altro chitarrista possiede davvero. Va oltre la definizione classica di heavy metal: è il suono di una porta di ferro che si apre su di un precipizio. E, dopo la scomparsa di Ozzy Osbourne, quel precipizio ha acquisito un peso che nessuna nota poteva prevedere.
"From The Dark", in uscita il 23 ottobre per BMG, è un disco che evita il gioco facile e la lacrima banale, cercando di riempire un vuoto. Anzi, in quel vuoto guarda, con occhio fisso e senza paura. Ma con rispetto. Lo attraversa e lo interiorizza. Lo plasma. Lo rende caligine nera. E lo fa respirare.
Otto brani in poco più di quarantadue minuti, costruiti con Jørn Lande alla voce e alla co-scrittura, Becky Baldwin al basso e Karl Brazil alla batteria, con la produzione condivisa da Iommi e dal suo storico collaboratore Mike Exeter. È il primo vero album solista di Iommi da "Iommi" del 2000 e "Fused" del 2003, ma a differenza di quelli, non è un mosaico di voci e ospiti: è un organismo unico, cupo, notturno, compatto e sorprendentemente vivo.
Tony Iommi. L'uomo in nero.
Tony Iommi ha passato sessant’anni a tenere in vita i Black Sabbath: unico membro presente dall’inizio alla fine, ha trasformato il proprio modo di suonare — nato anche da un infortunio alla mano che lo costrinse a ridurre la tensione delle corde — nel vocabolario fondativo del metal. Il suo non è mai stato virtuosismo esibito, ma fisica del brivido: semitoni, power chord, pause minacciose, riff che sembrano antecedere la melodia e poi diventarne l’ossatura.
Il contesto rende "From The Dark" quasi insostenibilmente carico di significato. Ozzy Osbourne è morto il 22 luglio 2025, appena diciassette giorni dopo la riunione storica della formazione originale dei Sabbath al Villa Park di Birmingham per Back To The Beginning. Iommi ha ricordato l’ultima telefonata con l’amico, avvenuta il giorno prima della morte, quando Ozzy gli disse di sentirsi esausto e Tony lo invitò a riposare. Nel suo messaggio pubblico, Iommi scrisse che non ci sarebbe mai stato un altro come Ozzy e che lui, Geezer Butler e Bill Ward avevano perso un fratello.
Tutto questo non trasforma "From The Dark" in un album di lutto esplicito, e sarebbe riduttivo ascoltarlo solo così. Però c’è qualcosa, nel suo procedere scuro e dignitoso, che suona come la risposta di un uomo che ha visto partire il compagno di una vita e ha scelto di non rimanere inerme ed impassibile. Non un addio teatrale: una continuazione. Il metal, alla fine, è nato anche da questo — dal coraggio di guardare il buio senza fingere di non aver paura.
Jørn Lande. L'erede designato.
La scelta di Jørn Lande in luogo di un nome più tradizionale e magari prevedibile come quello di Tony Martin è assolutamente mirata, lontanissima dall'essere un eventuale ripiego. È una dichiarazione. Il cantante norvegese è coautore di tutti gli otto brani e possiede quella che forse è la qualità più rara nel metal contemporaneo: una voce enorme che non suona mai vuota o inutile. Lande ha già cantato con Iommi, Geezer Butler e Vinny Appice nel tributo a Ronnie James Dio agli High Voltage Festival del 2010, e non è un caso che qui richiami Dio senza imitarlo.
C’è in Lande lo stesso senso del dramma, la stessa capacità di trasformare una frase in una profezia, il timbro potente e quasi operistico, il controllo dinamico che sa passare dalla minaccia sussurrata al tuono imperioso. Ma non è un sosia: dove Dio era un narratore mitologico, quasi un araldo disceso da un altro piano, Lande è più terreno, più muscoloso, più umano. Quasi carnivoro. È il possibile vero erede di Dio (!) non perché ne copia i gesti, ma perché ne comprende la funzione: dare voce grandiosa a riff che altrimenti resterebbero soltanto paesaggi desolati.
In “Stormwatcher”, soprattutto, la sua interpretazione diventa cinematografica. Iommi disegna tempeste, Lande le abita e le canta. È il momento in cui "From The Dark" si avvicina di più allo spirito degli Heaven & Hell di "The Devil You Know", epurato da qualsiasi sentore stantio di revival.
L'album: una discesa controllata nell'abisso.
L’album si apre con “Over The Violent Sun”, e il titolo è già una mappa: un riff macigno, opprimente, senza concessioni, che stabilisce subito che qui non si viene per farsi coccolare. È Iommi puro: pochi accordi, immensa pressione, un groove che avanza come una processione funebre con le luci spente. “Black Times” approfondisce la dimensione apocalittica, mentre “World Alone” — primo singolo e uno dei brani più immediati — mostra il lato più melodico e aperto del disco, senza tradire la sua natura oscura. È il pezzo che dimostra come Iommi possa ancora scrivere un ritornello memorabile senza diventare prevedibile. Un “singolo” comunque lontano dal senso industriale del termine, ma una porta d’ingresso verso l’album.
“Beyond The Dead” e “Death Wake” portano "From the Dark" nelle sue acque più profonde. Qui il riff si fa protagonista arrivando a precedere la voce senza accompagnarla. Piuttosto la circonda, la minaccia. La batteria di Karl Brazil è solida senza diventare invadente, e Becky Baldwin dà al basso una presenza fisica importante, impedendo che il suono diventi solo una parete di chitarre.
“Stormwatcher” è il cuore epico dell'album, quasi un piccolo film in musica; “Return Of The Arbalist” è il momento più veloce e nervoso, il più vicino a un colpo d’artiglio, anche se l’album non cerca mai lo sprint fine a sé stesso. E poi arriva “Legacy”: oltre sette minuti di cavalcata oscura, un finale che non consola e non vuole consolare, ma lascia l’ascoltatore davanti ad un orizzonte ancora fumante, un cielo plumbeo solcato dai fulmini e sferzato dalla pioggia battente. È il brano giusto per chiudere, perché "Legacy" è esattamente la parola che questo disco merita.
Unico neo di un cd compatto e nerissimo, è forse la mancanza di un’esplosione alla “Neon Knights” o alla “The Mob Rules”. Il suo ritmo è quello di un fiume sotterraneo, non di un incendio. Ma sarebbe un’obiezione superficiale. Questo album è un greatest hits celebrativo compresso in nuove canzoni. È un’opera matura, coesa, densa e spessa come una notte senza luce, in cui ogni riff ha una ragione per esistere.
E forse è proprio questo il suo trionfo: Iommi non deve dimostrare ancora qualcosa. Iommi suona come qualcuno che sa di avere ancora qualcosa da dire. Dopo la morte di Ozzy, dopo l’ultimo saluto sul palco di Birmingham, "From The Dark" è un disco fatto per rispettare il proprio passato. Per renderlo vivo e tangibile. E renderlo ancora una volta attuale e carico di vita.
Se sarà davvero uno degli ultimi capitoli dell’“Uomo in nero”, allora va ascoltato senza fretta, al buio, a volume alto. Senza però la riverenza da tributare ad una sorta di reliquiario.
Perché in realtà è una sentenza.
Il metal non è morto, e il suo padre fondatore è ancora fieramente in piedi.
Armato di una chitarra che scarica sulle nostre cervicali e nella nostra anima, riff grossi come macigni.