Recensione: From the Vault

Di Andrea Bacigalupo - 10 Agosto 2020 - 0:01
From the Vault
Etichetta:Rat Pak Records
Genere: Heavy 
Anno:2020
Nazione:
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78

Non tutto è andato liscio come l’olio, di alti e bassi ce ne sono stati parecchi, di scioglimenti e reunion anche e molti musicisti hanno ruotato intorno al monicker come fossero su una giostra.

Ciò non toglie che il ruolo dei Metal Church nella storia del Metallo d’oltreoceano sia stato essenziale.

Per questo, ancora oggi, nonostante siano trascorsi quarant’anni e le loro pubblicazioni fondamentali si siano concentrate nei primi anni di attività, ogni loro uscita discografica viene tenuta d’occhio, anche se si tratta di una ‘semplice’ raccolta (o compilation, se vogliamo usare un termine commercialmente più figo).

Se poi si tratta di un insieme di brani appartenenti alle due epoche ‘Mike Howe’ (per chi avesse orbitato intorno a Marte dal 1980 ad oggi o per chi si fosse messo ad ascoltare Metal da un’oretta circa, Mike è stato il secondo cantante dei Metal Church, avendo sostituito David Wayne (R.I.P.) dal 1988 al 1995 e poi rientrato nel 2015) la curiosità prende il sopravvento e non lo si può trascurare.

From the Vault’, questo è il suo titolo, è stato immesso sul mercato dal 10 aprile 2020 via Rat Pak Records, a meno di un anno e mezzo di distanza dall’ultimo lavoro ‘Damned If You Do’, di fine 2018.

Dal suo ascolto si apprende un po’ di storia della band ed anche il suo stato di forma attuale.

A brani incisi in occasione delle sessions del già citato ‘Damned If You Do’ e poi non inseriti nell’album, ne sono stati affiancati altri prodotti in vari anni, unendo inediti con bonus track, brani storici e cover di altre band.

Abbiamo quindi sedici brani di cui i primi quattro sono stati registrati nuovamente per l’occasione.

I nuovi ‘Dead on the Vine’, ‘For No Reason’, ‘Above the Madness’ ed, in particolare, la nuova versione di ‘Conductor’ (da ‘Hanging in the Balance’ del 1993) dimostrano che nelle vene di Kurdt Vanderhoof, unico superstite della formazione esordiente, e soci scorrono ancora parecchie piastrine d’acciaio. I brani sono granitici e potenti e colpiscono nel segno: creare la giusta aspettativa per il prossimo album.

I successivi cinque sono il residuo delle lavorazioni di ‘Damned If You Do’. Per forza di cose qui il livello qualitativo un po’ scende … se all’epoca sono stati accantonati un motivo ci sarà stato dopotutto.

Mind Thief’, ‘Tell Lie Vision’ e, soprattutto, ‘False Flag’ non sono comunque dei fillers o tentativi mal riusciti, anzi, il marchio della Chiesa del Metallo è ben impresso in loro. Semplicemente sono brani che, per quanto potenti ed aggressivi, scorrono via bene ma senza infamia e senza lode.

Cosa, invece, ferma un po’ il tutto sono i due strumentali che seguono. ‘Insta Metal’ e ‘432hz’ sono sicuramente buoni esercizi tecnici, ma la capacità dei musicisti non è stata mai messa in discussione. A parere di chi scrive mancano un po’ di pathos ed otto minuti di sola musica diventano un po’ eccessivi.

Pazienza, ‘From the Vault’ dura quasi un’ora ed un quarto e ce n’è un po’ per tutti.

E’ il momento delle cover: tre brani cardine appartenenti ad altrettanti grandi band dei mitici anni ’70.

La prima è ‘Please Don’t Judas Me’ dei Nazareth, estratta dal loro ‘Hair of the Dog’ del 1975, già suonata dai Metal Church per ‘Deep Cuts & Rarities’, raccolta del 2018 di brani Hard Rock anni ’70 interpretati da vari artisti del Metal ed anche rivista di recente dai Metallica (‘Helping Hands … Live & Acoustic At the Masonic’ del 2018).

La seconda è ‘Green Eyed Lady’ della band di Rock Psichedelico Sugarloaf, tratta dall’omonimo album del 1970.

La terza è la dura ed elettrica ‘Black Betty’, portata al successo dai Ram Jam nel 1977, in origine una canzone blues degli anni ’20 alla quale sono stati attribuiti più di un significato, poi reinterpretata un po’ in tutte le salse, ad esempio in modo aggressivo da band alternative come i Ministry e gli Spiderbait ma anche in modo più soft da Tom Jones ed i Caravan Palace.

Qui c’è poco da dire: i Metal Church rispettano i pezzi ma non rinunciano ad essere loro stessi ed i brani suonano prepotentemente Metal. Va bene così.

La raccolta prosegue con due capolavori del passato ai quali possiamo solo inchinarci, entrambe da ‘Blessing in Disguise’ del 1989: la marziale ‘Fake Healer’, nella versione con Todd La Torre dei Queensrÿche che duetta con Howe, già in ‘Classic Live’ del 2017 e ‘Badlands’ nella versione del 2015, uscita come singolo per sancire il reingresso del biondo crinito (ehhh … una volta …) cantante.

Concludono ‘The Enemy Mind’ e ‘The Conward’, bonus track inserite nella versione doppio CD del penultimo album ‘XI’ del 2016.

Le prime quattro tracce sono state mixate e masterizzate da Chris ‘The Wizard Collier’ (KXM, Whitesnake, Prong, Korn), le restanti da mastro Kurdt Vanderhoof.

Infine, si specifica che una versione di ‘From the Vault’ sostituisce gli ultimi quattro pezzi con le registrazioni live di ‘Agent Green’ e ‘Anthem to the Estranged’.

Questa raccolta, a parte qualche momento, mostra una band attiva e compatta che non ha nessuna intenzione di scendere dal piedistallo sul quale si è meritata di salire tanti anni fa.

Soprattutto, come già detto, crea una buona aspettativa: non è certo il nuovo ‘Blessing in Disguise’ ma non è detto che non lo sia il prossimo album. Aspettiamo.

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