Recensione: Game Over

Di Abbadon - 16 Aprile 2004 - 0:00
Game Over
Band: Vanadium
Etichetta:
Genere:
Anno:1984
Nazione:
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84

Anno 1984, anno terzo per la corazzata Vanadium, quintetto destinato a difendere (con un buon 10 12 anni di anticipo rispetto ai nostri odierni gruppi power) i nostri colori nel mondo dell’Hard’n’Heavy europeo. Dopo il debutto nel 1982 con “Metal Rock” e la prosecuzione l’anno dopo con lo storico masterpiece “A Race with the Devil”, ritorna per Pino Scotto e compagni il momento di posare una pietra sul loro grande progetto. Il nome di questa pietra è “Game Over”, a postumi collocata e riconosciuta come possente ed inamovibile pilastro della carriera dei nostri. Game Over infatti è il prodotto che fa conoscere la band anche all’esterno dei confini nazionali, ed è quello che fa iniziare a segnare i primi record in ambito italiano. Infatti l’album vende in poco tempo la bellezza di 54mila copie, con gran giudizio di critica e pubblico, che regala ai Vanadium un clamoroso tutto esaurito ad una esibizione al Rolling Stone di Milano. Musicalmente parlando, questa terza uscita targata Durium segue in gran parte la pista dei suoi due padri, iniziano però ad esservi delle modifiche di stile ben udibili. Il lavoro della chitarra comincia a perdere un poco della sua originale irruenza, lasciando maggiore spazio alle tastiere e orientandosi di più verso la pura melodia. Il risultato è lo stesso, ancora una volta, ottimo, e non mancano, nonostante l’inizio di virata, gli ingredienti che avevano reso i Vanadium i numeri uno di casa nostra del loro settore, ovvero carica, orecchiabilità e gran dinamismo in tutte le tracce che compongono l’album. La registrazione è lievemente migliorata e, sebbene ancora alquanto scarna, non è né quella oscena dell’esordio né quella pessima di “a race…”. Diciamo che si passa da serie d a serie c2 a bassa serie c1, se mi permettete il paragone sportivo. Tecnicamente e compositivamente siamo come sempre su livelli alti. Stefano Tessarin, che pur vede il suo ruolo ridotto rispetto a quello straripante che aveva fino all’anno prima, è ancora sugli scudi con, oltre alle azzeccate melodie sopra citate, una sana dose di riff di buonissima qualità. Acquista peso il lavoro di Ruggero Zanolini, secondo me un vero artista, che qui si fa sentire molto di più rispetto al passato. Sempre più che onesti Mimmo Prantera e Lio Mascheroni nel dettare la sezione ritmica con basso e batteria, un altro deciso passo avanti lo fa il vocalist Scotto, che migliora molto il suo timbro (regalo anche della miglior registrazione), rendendolo molto assecondabile al lavoro strumentale dei suoi soci. Il risultato complessivo di questi sforzi uniti è un insieme di otto belle (tante bellissime) canzoni, che passiamo ad ascoltare (il tutto per una quarantina di minuti scarsi). La partenza è subito occupata da uno di quelli che reputo i massimi classici di casa Vanadium, ovvero “Streets of Danger” (tra l’altro opener del grande live che sarebbe uscito l’anno dopo). I riff non sono potentissimi e nemmeno tanti ma precisi e piazzati sempre al posto nel momento giusto. Da sottolineare un grande Scotto, che scarica tutta la sua energia agli quattro venti. Ottimo l’apporto di Prantera col basso, magici l’intro e i due assoli, melodicissimi ma che esaltano, di Tessarin, e ottimo lavoro anche di keyboards e batteria (pur se in secondo piano). Forse un ritornello più completo non avrebbe guastato, ma stiamo parlando di una vera e propria hit, incredibile anche dal vivo. Scendiamo di un piano (due và) qualitativo con la pur discreta ed intrigante “I’m Leaving at Last”, mid tempo molto aperto e sbarazzino che però è penalizzato in maniera eccessiva dalle deficenze in sede di registrazione (credo stiamo parlando della track anello debole della catena). L’eccessivo ripetersi della base provoca anche un po’ di noia, che viene però in buona parte affievolita grazie a dei gran cambio di tempo, che portano a tratti melodici e all’assolo, verso metà track. La china viene subito risalita con quella che per me è una delle canzoni più originali e belle dei combo, “War Trains”. Aperta dalla partenza di un treno a vapore e da un grandissimo assolo, questo lento si contraddistingue per il totale controllo che il tastierista Zanolini ha su tutti i suoi compagni e sul  componimento. Pino riesce ad esprimere gran sentimento (bella e ispirata anche la lirica) e i particolari duetti tra elettronica e 6 corde sono da brividi. Non mi viene molto altro da dire, se non che…. come dire…. emoziona come non tante cose che io abbia sentito in questo ambito. E passiamo alla contagiosa “Too Young to die”, canzone più soft delle precedenti nonostante l’elevata velocità che la caratterizza. Il riff non è male, ma non viene espressa una grande potenza, in compenso abbiamo un ritornello molto originale e mai scontato, una gran esibizione di Lio dietro le pelli, e una sensazione, in definitva, molto “Deeppurpleiana” questo ovviamente merito delle chiare influenze che la band ha avuto da Gillan e compagni. E da un buon headbanging ne passiamo ad uno ancora più sfrenato, con l’attacco granitico di “Pretty Heartbreaker”. Il brano (ennesima canzone che rende molto dal vivo) è un pelo più lento del precedente, ma nettamente più compatto e carico, con un giro di chitarra veramente carismatico. Grande anche, come tutti quelli presenti su disco, l’assolo di tastiera, che regala una sensazione più unica che rara. E che dire della lunga strumentale “The Hunter”. Una sequenza di melodie e tratti graffianti eseguiti in maniera magistrale. Pur velocissima e priva di cantato la traccia non delude in nessun suo frangente, complice l’eccellente mix strumentale, che fa in mondo che tutti siano coinvolti alla grande ma alla stessa maniera. Particolarmente efficace ed evocativo l’assolo più lieve fra quelli di tastiera, che crea una atmosfera quasi sacrale, a perfetto innesto dell’irruenza della lead guitar. Torniamo ai canoni tradizionali con l’ennesima hit (ne conto almeno 4) del disco, l’oscura ma devastante “Don’t Let your Master Down”. L’inizio ricorda molto un film horror, con quegli effetti che richiamano nella testa le nebbioline dei cimiteri, ma quando esplode Tessarin col suo pulitissimo assolo tutto cambia, e la magia si diffonde lungo questo semi-lento che ha tutto per essere posto in una teca ed essere conservato nel tempo. Splendido ancora una volta Zanolini, sicuramente l’uomo in più (l’avrò detto minimo 3 volte) dell’album, ma anche Prantera non scherza davvero e regala una grande interpretazione. Siamo all’ultima song, la title track, che per venire dopo tutti questi brani 5 stelle ha sicuramente un bel carico da portare. Carico che “Game Over” riesce a gestire in maniera piuttosto spigliata, correndo spedita lungo dei binari che ricordano molto l’opener, rispetto alla quale ha però una classe minore. Poco male comunque, rimane lo stesso una più che degna closer (che refrain!) di un altro grande lavoro dei nostri vecchi rappresentanti. Io sono orgoglioso di essere stato rappresentato nel mondo del Rock da gente come questa, quindi è ovvio che consiglio caldamente a tutti (nonostante la difficoltà nel reperire i dischi) di sentirsi sia Game Over che tutti gli altri lavori di un gruppo che ha amato l’Hard and Heavy come pochi altri.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :

  1. Streets of Danger
  2. I’m Leaving at Last
  3. War Trains
  4. Too Young to die
  5. Pretty heartbreaker
  6. The Hunter
  7. Don’t Let your master down
  8. Game Over

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