Il rito del suono estremo
1985, l’inferno secondo “Hell Awaits”
L’essere umano ha da sempre convissuto con il suono estremo. I suoni naturali che interrompevano il silenzio in cui vivevano gli uomini primitivi erano di una potenza devastante: il fulmine e il tuono, le eruzioni vulcaniche, il “rumore bianco” delle cascate, gli uragani, i ruggiti dei grossi predatori dell’epoca. Erano rumori forti e secchi, quasi sempre in concomitanza con l’oscurità e ai quali non si riusciva ancora a dare una spiegazione scientifica. Per questo diventavano sacrali, terrorizzanti, come voci di entità superiori. Alcuni tra i primi strumenti musicali, come le percussioni, il rombo (o frullino) e i primi fiati, furono inventati proprio per cercare di riprodurre il volume, l’impatto fisico e la vibrazione di questi suoni, amplificando paura e sacralità.
Con il passare delle epoche l’uomo ha creato nuovi suoni estremi, come il rumore delle fabbriche o dei motori, e ne ha usati alcuni per incutere terrore: i fischietti della morte degli Aztechi, il carnyx dei Celti, i ritmi martellanti delle orchestre militari e, in epoca moderna, le sirene degli Stuka.
Il suono estremo affonda le sue radici in un rapporto simbiotico e ancestrale con il mistero, l’oscurità, la morte e la violenza. Una forza primordiale che, pur cambiando forma, risponde da decenni alle stesse identiche leggi.
Nel 1955, negli Stati Uniti, i modi di comportarsi e di vestirsi dei giovani nel film “Il seme della violenza” (“Blackboard Jungle”), mostrati come modelli da evitare, dilagarono invece in tutta la nazione diventando una moda collettiva. In molti cinema i ragazzi devastavano le sale, spaccavano le poltrone e ballavano freneticamente nei corridoi. Guarda caso, la colonna sonora era quella di Bill Haley and His Comets: l’avanguardia del Rock ‘N’ Roll, la prima vera musica estrema.
Una musica che accompagnava un’attitudine forte e indomita. Elvis terrorizzò la società dell'epoca con lo scuotimento del bacino e la sua carica selvaggia, mentre Chuck Berry la derideva con il suo “Duck Walk” – una dissacrante presa in giro del passo dell’oca e delle marce militari. Fu, quello, il primo storico gesto legato alla chitarra elettrica, strumento per antonomasia del genere, capace di anticiparne mille altri: dalle chitarre incendiate di Jimi Hendrix a quelle sfasciate da Pete Townshend, fino ai bassi distrutti da Cronos. Il Rock si impose così come la "musica del diavolo" destinata a spaventare i benpensanti, seminando paura e panico morale. Musica estrema, appunto.
Ci sarebbe tanto da dire, ma stringiamo: dagli anni ’60 il Rock ebbe una svolta epocale anche grazie alla nascita di un apparecchietto chiamato distorsore. Fu il risultato di mille esperimenti empirici – che già nel 1964 avevano dato vita a perle ruvide come “You Really Got Me” dei Kinks – nati per imbrigliare e controllare commercialmente quei "difetti tecnici" dovuti all'elevazione del volume oltre i limiti fisici delle valvole. Fu Keith Richards dei Rolling Stones a sancirne l’importanza planetaria nel 1965 con il seminale riff di “(I Can’t Get No) Satisfaction”, prima che Jimi Hendrix lo rendesse definitivamente leggenda.
La distorsione e il compatto muro di suono che creava (un altro suono estremo) consentirono al Punk di contrapporsi alla pomposità del Progressive e agli eterni assoli di batteria psichedelici, rendendo tutto più veloce, sintetico e disturbante. Al contempo, la gravosità di quei suoni e la loro totale immersione in un innaturale inferno sonoro permisero alla costola dell’Heavy Metal di staccarsi dal più epico Hard Rock.
Da lì il passo è breve: se ci sono voluti una ventina d’anni per trasformare il Rock ’N’ Roll di Elvis e compagni nel Punk dei Sex Pistols e nell’Heavy Metal dei Black Sabbath – passando per l'isteria collettiva dei Beatles, le distorsioni dei Rolling Stones, la furia distruttiva dei The Who e la pesantezza monumentale di Led Zeppelin, Deep Purple, AC/DC e Judas Priest – alla fine degli anni '70 il genere subisce un'ulteriore mutazione. Con la spinta tellurica di band come i Motörhead, capaci di fondere la velocità del Punk all'acciaio del Metal, e l'estremismo satanico dei Venom, l'oscurità devia verso lidi mai esplorati prima. Nel 1979 nasce la NWOBHM che, alimentata oltreoceano dalla violenza del Punk Hardcore americano, nel 1983 diventa madre del Thrash Metal: il genere più violento, oscuro e veloce dell’epoca. Il massimo della musica estrema.
È in questo contesto che prendono vita gli Slayer. Nati nel 1981 in quel di Huntington Park, contea di Los Angeles, da un’idea dei chitarristi Jeff Hanneman e Kerry King, ai quali presto si unirono il bassista e cantante cileno Tom Araya e il batterista cubano Dave Lombardo (chi non conosce questi nomi, comunque, ripete l’anno!), passarono i primi anni della loro carriera ad esibirsi all’interno del circuito ultra-underground californiano, proponendo cover di Iron Maiden, Judas Priest, Black Sabbath e simili.
Il look pesantissimo, fatto di borchie, pelle nera e un forte trucco sul viso, anticipava la loro anima nera e malvagia e la loro linea diretta con l’inferno.

Fu Brian Slagel (fondatore della fondamentale Metal Blade Records) a notarli e ad offrire loro la possibilità di partecipare alla compilation “Metal Massacre III”. Dopodiché uscì “Show No Mercy”, album di debutto che, nonostante fosse ancora ricolmo delle influenze NWOBHM, stabiliva le coordinate stilistiche della band: estremismo, velocità e un immaginario satanico e oscuro.
“Show No Mercy”, per quanto già trascinante, non bastava però a far emergere la band all’interno di un panorama Metal sempre più ricco, che vedeva confrontarsi e scontrarsi da una parte la vistosa scena Glam e dall’altra quella Thrash, più feroce e malvagia, con sedi principali nella Bay Area e a New York.
C’era la necessità di sgomitare in mezzo a tutte quelle band che stavano dominando il mercato. Nel 1984 i Metallica si assestarono sul podio con “Ride The Lightning”, gli Anthrax debuttarono con “Fistful of Metal”, i Metal Church con il full-length omonimo e i Voivod con quel folle e post-apocalittico “War and Pain”. La concorrenza era spietata: per distinguersi bisognava prendere una decisione radicale.
Gli Slayer la comunicarono il 4 agosto 1984 con l’EP “Haunting the Chapel”, tre tracce (diventate quattro con la ristampa in CD del 1993) che risuonano come una vera dichiarazione d’intenti. Via ogni forma di classicismo, il mini-album è estremismo puro, collegato direttamente con il diavolo, che ormai può dirsi il quinto componente della band. “Chemical Warfare” (canzone cardine dei futuri concerti che paragona le atrocità della guerra causata dall’uomo all’inferno), “Captor of Sin” e la title-track sono colate di fuoco eruttate dalla bocca dell’Ade; sfuriate demoniache che hanno pochissimo di umano e che sviscerano quell’atmosfera sinistra in cui i successivi musicisti estremi avrebbero cercato di respirare.
Sulla scorta di questo esperimento la band capì di essere sulla strada giusta: fu il trampolino di lancio del successivo, complesso e monumentale “Hell Awaits”, il loro secondo album, disponibile dall’8 aprile 1985 sempre via Metal Blade.

“Hell Awaits” è composto da sette tracce, per la cui descrizione analitica si rimanda alla recensione che potete leggere qui, che questo articolo non intende sostituire. In queste righe si cerca piuttosto di capire cosa abbia spinto gli Slayer a partorirle e cosa sia conseguito a questo incredibile album.
Come abbiamo detto, la band era a una svolta radicale: se voleva farsi notare doveva uscire dai binari in modo esplosivo, provocando uno shock culturale, diventando più veloce dei Metallica – allora la cima del vertice – e più distruttiva degli Exodus. Dovevano impressionare i fan facendoli piombare nel caos primordiale, pur rimanendo legati al movimento dell’epoca.
Per farlo, non dovettero fare altro che sommare le attitudini artistiche di ciascuno: l'unione di due chitarristi dalla ritmica eccezionale, estremamente solida e compatta; la viscerale passione di Jeff Hanneman per l’Hardcore Punk; un batterista rivoluzionario come Dave Lombardo, che seppe sfruttare in pieno uno stile fatto di tappeti di doppia cassa continui e forsennati uniti al ritmo serrato chiamato “skank beat”; e infine una voce, quella di Tom Araya, sì pulita ma imperiosa e prepotente quanto quella di un demone appena evocato. “Hell Awaits è l’album in cui gli Slayer sono diventati davvero gli Slayer”, come affermò lo stesso Kerry King.
Il resto lo fecero l’influenza esercitata da band come i Mercyful Fate (maestri che si citano sempre troppo poco) e la capacità di saper scrivere canzoni incisive, dalla precisione chirurgica e dalle velocità proibitive e schizofreniche, dove il cromatismo dei riff dissonanti rendeva tutto nero e soffocante, carico di una rabbia cieca e disperata. Gli Slayer suonavano come da dentro una caverna dell’inferno, dalla quale volevano risalire con violenza.
La maggior parte dei brani di “Hell Awaits” sono lunghi (tra i cinque e i sei minuti), caratterizzati da strutture intricate e prive di qualsiasi melodia, con continui cambi di tempo che generano veri e propri labirinti sonori in cui tempi lentissimi e ancestrali s’intersecano con improvvise ed estreme accelerazioni.
Anche i testi “satanici” si fanno meno goliardici, diventando più spaventosi e realistici, privati di ogni ironia o teatralità rock. L’inferno descritto dagli Slayer è un posto concreto, reale e spaventosamente tangibile di cui si deve avere sinceramente paura: tra terrorizzanti introduzioni riprodotte al contrario, cori demoniaci e descrizioni di torture, le tracce si trasformano in cerimonie claustrofobiche innescate in un clima privo di aria e di luce.
È precisamente in “Hell Awaits” che si compie il parallelismo con i suoni estremi dell’antichità: gli Slayer vogliono scatenare il caos attraverso una paura atavica e concreta, un abisso in cui Satana e l'Uomo finiscono per diventare la stessa identica cosa. E, cavolo, se ci riescono.
Canzoni come la marziale e spasmodica title-track, la furiosa “Kill Again” (che entra nella mente deviata di un serial killer), la lunga e cadenzata “At Dawn They Sleep” (a tema vampiresco), l’assalto ritmico della massacrante “Praise of Death”, l’iconica “Necrophiliac” e tutte a seguire – non possiamo saltarne una – hanno ridefinito, per l’ennesima volta, le coordinate del Metal. Dalla loro uscita un esercito di musicisti estremi è voluto diventare come gli Slayer, anzi meglio. L’influenza esercitata fu enorme, coinvolse e coinvolge interi movimenti. Ancora oggi, nelle molte band di nuova generazione, se suonano appena appena un po' veloce si sente il marchio di Araya and Friends.
Bisogna anche dire che non furono gli unici. Sempre nel 1985 uscì un altro disco, anticipato da un paio di demo, che si rivelò fondamentale per l’evoluzione della musica estrema. Il diavolo voleva essere sicuro ed anche se non è capace di fare i coperchi, di Metal se ne intende: “Seven Churches” dei Possessed è un’altra esplosione atomica che rese la terra scura e desolata.
Il binomio di “Hell Awaits” e “Seven Churches”, entrambi feroci ed estremi ma profondamente differenti – il primo elaborato e ragionato, dalle strutture prog, il secondo una sfuriata senza limiti, sporco, anarchico e indisciplinato – gettò le basi del Death Metal, come sapeva bene Chuck Schuldiner che attinse a piene mani da entrambi per dare vita a quello che diventò il movimento prolifico che dalla Florida si disseminò in tutto il globo.
E poi la seconda ondata del Thrash Metal tedesco di Exumer, Darkness, Assassin, quella sudamericana di Sepultura e Sarcofago, il Black Metal scandinavo di Mayhem, Darkthrone ed Emperor… Tutte le frange estreme che prolificarono dal 1985 in avanti dipesero dalle idee chiare e compatte di quattro musicisti losangelini che non ne volevano sapere di rimanere nella massa. Una band oggi in attività con solo due membri della formazione originale (Jeff Hanneman purtroppo scomparso il 2 maggio 2013 – accidenti, sembra sempre ieri – e Dave Lombardo che fa dell’altro) ma che ogni volta che sale sui palchi fa letteralmente esplodere le platee.
“Hell Awaits”, il male che striscia nell’oscurità, è un album fondamentale, eterno, secondo solo al successivo “Reign in Blood”. O forse, per chi ama l'oscurità più incontaminata e i labirinti di un inferno senza compromessi commerciali, non è secondo a nessuno. Resta lì, immobile nel tempo, come il monumento più nero e soffocante mai partorito dal Metal. Un disco ancestrale, totalizzante e spietato dal quale, ancora oggi, non è prevista alcuna via d'uscita.