Recensione: Hell Is Where the Heart Is

Di Daniele D'Adamo - 2 Dicembre 2022 - 0:00
Hell Is Where the Heart Is
Band: Oceans
Genere: Metalcore 
Anno: 2022
Nazione:
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76

Anche il metalcore, esattamente come molti altri generi metal, a sua volta si suddivide in varie correnti, spesso parecchio diverse fra loro. Non sfuggono a questa regola gli Oceans, la cui proposta musicale è fortemente contaminata dall’elettronica ma non solo, come dimostrano i cospicui interventi da parte del pianoforte e della chitarra acustica (‘Skin’).

“Hell Is Where the Heart Is” è il loro secondo full-length, la cui particolarità insiste nel fatto che esso raccoglie tre EP, tutti usciti quest’anno: “Hell Is Where the Heart Is Vol. I: Love and Her Embrace”, “Hell Is Where The Heart Is Pt. II: Longing” ed “Hell Is Where the Heart Is, Pt. III: Clarity”.

Il risultato, sebbene sia un fatto che si possa intuire sin da subito dato il ristretto lasso intercorrente fra le varie pubblicazioni, è un disco omogeneo, che scorre in maniera lineare, senza sobbalzi ma soprattutto senza che si avvertano le saldature fra un dischetto e l’altro. Il che connota senza ombra di dubbio “Hell Is Where the Heart Is” stesso come opera completa, a sé stante, pulsante di vita propria.

Gli Oceans stringono molto volentieri l’occhiolino alla melodia, sì da far comprendere il loro stile nel melodic metalcore (l’hit ‘The Awakening’…). Tuttavia, sono anche parecchio arrabbiati, sprizzanti improvvise, violentissime accelerazioni che lacerano l’aria grazie alla brutale aggressività dei blast-beats (‘Sulfur’). Elementi godibili appieno grazie a una produzione pressoché perfetta, in grado di far emergere dal contesto, con disarmante facilità, la sagoma della struttura portante della musica.

Sagoma plasmata e abbozzata nelle sue forme dal chitarrista / cantante Timo Schwämmlein, bravissimo in ogni frangente dell’LP. Capace, cioè, di affrontare harsh e clean vocals con pari abilità, modulando la propria voce con sicurezza e irreprensibile professionalità. I sue tre compagni di viaggio non sono da meno in quanto a preparazione e abilità d’esecuzione. Dimostranti in molti frangenti di sapersela cavare benissimo anche con strumenti tipici della musica classica. Patrick Zarske (chitarra), Thomas Winkelmann (basso) e Jakob F. Grill (batteria) si rivelano lavoratori completi, per i quali la conoscenza della propria arma è al 100% delle possibilità.

È chiaro che il talento tecnico dei componenti del combo austriaco faciliti anche le cose dal punto di vista strettamente compositivo, come mostra la complessa e articolata ‘Home’, canzone multicolore, caleidoscopica; che nasce da un modus operandi irrequieto e turbolento del songwriting. Un azzardo che ai Nostri riesce bene, dato atto che è alto il rischio di perdere la via maestra inserendo nei brani troppi ingredienti eterogenei fra loro.

Ne è prova ‘Living=Dying’, traccia nella quale, probabilmente, vivono più di queste… sostanze, tali da rendere la traccia medesima come un caleidoscopio dai mille colori. Compreso gli stop’n’go, nemmeno troppi, che tuttavia fanno parte, per definizione, dei dettami di base del metalcore.

Immancabile, o forse no, dipende dai gusti musicali, la ballata al pianoforte e chitarra acustica, ‘If There’s a God She Has Abandoned Us’ che, una volta di più, indica la completezza artistica dell’act di Vienna. Dopo un incipit senza elettricità, la song prosegue alzando il volume a mano a mano, scivolando sopra echi di cori femminili lontani. Non manca neppure un richiamo alla cultura cyberpunk con ‘I Want to be Whole Again’; con la chiusura del platter assegnata alla formidabile title nonché closing-track ‘Hell Is Where the Heart Is’, che aumenta il senso di vertigine per un futuro che non è stato ancora scritto. Qui, addirittura, Schwämmlein si cimenta in un profondo growling (sic!), sostenendola come vera e propria esplosione di cyber death metal. Devasto assoluto e grande orecchiabilità. Assieme.

Questa ricchezza di contenuti potrebbe spaventare a priori gli ascoltatori, ma gli Oceans sono in possesso di tutto quanto sia necessario per tenere assieme il tutto e regalare agli appassionati un lavoro dalla rilevante longevità e dalla sorprendente sequenza di ardite soluzioni musicali.

Promossi.

Daniele “dani66” D’Adamo

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