Recensione: High Road

Di Eric Nicodemo - 6 Giugno 2014 - 7:00
High Road
Band: Night Ranger
Etichetta:
Genere: Hard Rock 
Anno: 2014
Nazione:
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84

 

Un’età non basta: per il rock è sempre stato così.

Ci sono stati momenti in cui da ragazzo ha dato il massimo mentre da adulto ha saputo trovare maturità e nuove strade. E nella sua veneranda età riesce ancora a dimostrare vitalità e voglia di stupirci, quasi avesse bevuto dalla mitica fontana dell’eterna giovinezza.

Sì, sembrava un genere esausto, alla fine della sua corsa ma è ritornato come un vecchio biker che non molla, di nuovo in sella alla sua moto, pronto a solcare l’autostrada delle nostre vite, le strade di “High Road”.

Ed è fantastico sentire come i Night Ranger abbiano seguito questo irresistibile richiamo e, non riuscendo a fermarsi, sono tornati a narrare al mondo, a noi rockers scatenati, l’ennesima favola dell’AOR.

Perchè la musica che muove “High Road” è posseduta dallo stesso spirito che scuoteva canzoni come “(You Can Still) Rock In America”: avere la forza di vincere ogni avversità, ogni resistenza allo spontaneo calore del rock, per infondere alla musica l’essenza delle nostre sensazioni.

Sia chiaro, il passato è irripetibile ma il presente è in grande forma e la title track ne è la testimonianza: la verve inconfondibile del Ranger della Notte si divicola frizzante in una dirompente miscela d’armonia, inneggiando con entusiasmo il viaggio di ritorno al rock caldo e appassionato.

Dopotutto, cosa c’è di meglio di un invito a lanciarsi sull’autostrada baciata dal sole dell’AOR, trasportati da una chitarra sfrenata, che veloce serpeggia sorpassando ogni incertezza?

Non c’e pace nella frenesia contagiosa dell’album ma è una dolce irrequietudine, una pulsione sincera e seminale per la nostra musica: è questo il messaggio che “Knock Knock Never Stop” vuole darci quando Brad Gillis scocca assoli mentre il ruvido impeto di Blades si fa spazio calciando ogni indugio. Nessuna estenuante riflessione ma nemmeno american fun sregolato e selvaggio: lasciamoci andare sulla scia dell’entusiasmo, cavalcando l’ennesimo coro, rincorrendo senza respiro il playguitar, flirtando con il fascino di melodie seducenti.

E’ uno sfrenato ballo o turbine quello in cui i nostri ci hanno coinvolto: è, dunque, necessario ribadirlo con un titolo inequivocabile come “Rollin’ On”? Domanda retorica, che trova la risposta nel circolare guizzo di un refrain, in una chitarra che nitrisce, piegata, domata da questi indiavolati cowboys.

Il successivo, cadenzato chorus riporta in vita l’eredità del passato (Def Leppard, Loverboy) per farla riscoprire al presente. Volete di più? Ne volete ancora? Ed allora non fermatevi a meditare perchè l’assolo non aspetta ritardatari: il cuore batte forte non solo nel refrain scatenato ma palpita all’impazzata nella folle scorribanda, dove la chitarra e i tasti si alternano e sfrecciano intrecciandosi.

Il calore dell’emozioni è una regola d’oro che i Night Ranger non possono trasgredire e, allora, lasciamoci andare alla note appassionate di “Don’t Live Here Anymore”, che ci travolge in un crescendo di suggestioni, toccando l’apice in una livrea di assoli sempre più frenetici quanto la voglia di rifuggire una vita di dolori e lunghi addii.

Nostalgia e affetti sono legami indissolubili, che convivono spesso nelle liriche di questo favoloso combo: se “Sister Christian” (hit di “Midnight Madness”, 1983) raccontava l’avventura della crescita, “I’m Coming Home” rinsalda più forte che mai il rapporto sentimentale che viviamo nelle relazioni interpersonali.

L’anima più ruvida e l’adolescenza più impulsiva trovano un corpo perfetto nelle linee adrenaliniche di “I’m Coming Home”: pochi attimi per sognare casa perchè il chorus ci spinge a ricorrere la nostra meta. Nessun ci fermerà perchè i legami affettivi ci attraggono come la forza dell’inno e sono incontenibili come le vibrazioni che scuotono il guitarwork.

L’album non dimentica né rifiuta il suo passato e, pur consci di vivere in un’altra generazione, i Night Ranger ricordano alla “X Generation” (interlocutorio titolo della sesta traccia) che il DNA del rock melodico è ancora vivo e lo clonano nel tessuto del refrain, palpitante di chitarre esuberanti e cori impetuosi, che hanno il dovere, l’imperativo di avvincere, ancora una volta.

Mentre i fuochi di una festa si spengono, la fiamma del romanticismo caldo e passionale arde nelle parole di “Only For You Only”. Momenti dolci (l’acustica) si increspano con la forza delle emozioni più intense (il coro).

Alla chitarra il compito di narrare la nostra esperienza, con la stessa grazia di un amico di vecchia data che libra forti assoli.

E’ una comunione di intenti quella a cui i nostri eroi vogliono farci partecipare mentre ci abbracciano e avvincono nel riff sanguigno di “Hang On”. A passo sicuro, il groove avanza determinato come le nostre intenzioni: una forza che non si stempera ma si alimenta e cresce nell’invito del chorus.

La magia non finisce, e non potrebbe essere diversamente allorchè ci attira il meccanismo magnetico preparato dal duo Gillis/Hoekstra, una rete inestricabile per l’amante del rock d’annata.

La notte non sembra giungere al termine e il party di “St. Bartholomew” non può rinunciare al tapping vanhaleniano, sedotto e scosso da un riff spavaldo, l’anima dura del rock’n’roll. Il ritornello è un gioco dove le hooklines si dilatano, trascinandoci in una giostra multicolore di suggestioni.

Brothers” ci vuole tranquillizzare, riportandoci con le sue delicate voci in un ambiente dove non possiamo rinnegare gli affetti: qui non troverete adrenalina, sudore e folli corse ma tutta l’atmosfera fraterna con cui il rock blues sapeva unire, raccolta in note gioiose, ricche di speranza.

Prima di allontanarci, al dipinto di “High Road” si aggiunge la sua degna cornice, “L.A. No Name”: plettraggi velocissimi e alternati, arpeggi aggraziati e argentini, rivoli di armonia agili e solari che ricordano le vecchie lezioni di chitarra acustica davanti a un metodo di studio, un’occasione che diventa un brioso commiato e non un triste addio.

Uno sfoggio di tecnica cattedratica, priva di cuore? No, solo un sincero momento di intimità, tra le infinite possibilità di uno splendido strumento come la chitarra. Probabilmente, nulla di eclatante ma dopotutto è questo il fine di “L.A. No Name”.

Sembra quasi superfluo aggiungere altro ma non possiamo concludere questa recensione senza il fatidico giudizio: in questo cammino lastricato di vitale, lussureggiante melodia, potrete assaporare tutta la spontaneità di una musica frizzante quale il nostro rock.

Sì, perchè l’importanza di dischi come “High Road” si cela proprio nella loro sincerità e immediatezza, nel loro caldo approccio, instaurando, senza reticenze, un filo diretto con l’ascoltatore: questi elementi e, una sempre costante capacità di creare sensazioni, grazie a una scrittura guizzante ed enfatica (abile nel rinvigorire vecchi stilemi), rendono il platter godibile e fruibile anche da chi non ha mai potuto conoscere le prime avventure del Ranger.

Se, infatti, spesso si conclude una recensione invitando il neofita a dare la precedenza ai classici di una band, nel caso di album come “High Road” potrebbe avvenire anche il contrario, alimentando, in un secondo tempo, l’interesse per le pubblicazioni passate.

Lasciate ogni indugio e vivete ancora una volta questo sogno di eterna estate…

 

Eric Nicodemo

 

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