Recensione: In Good and Evil

Di Alessandro Calvi - 28 Gennaio 2008 - 0:00
In Good and Evil
Band: Godyva
Etichetta:
Genere:
Anno: 2007
Nazione:
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50

Devo ammettere di essere sempre un po’ prevenuto nei confronti di quei gruppi che portano lo stesso nome o nick della propria singer femminile. In genere infatti codeste band tendono a mettere al primo posto sempre e solo la voce della vocalist lasciando in secondo piano la musica. Quest’ultima diviene quindi solo un pretesto per permettere alla voce di esprimersi a quelli che dovrebbero essere i suoi massimi livelli. Il risultato globale risulta di conseguenza limitato e limitante proprio a causa di questo modo di approcciarsi alla composizione dei brani.


L’inizio presenta una base elettronica e un ritmo che forse sarebbero più consoni a una discoteca, queste sonorità, però, vengon ben presto coperti da chitarre, basso e batteria. La voce si mantiene in questo inizio sui canoni stilistici standard del gothic senza mettersi particolarmente in luce. Bella, versatile, ma senza far gridare al miracolo, ne tantomeno distinguendosi dalla massa per qualche caratteristica di particolare originalità. Il pezzo nel frattempo prosegue allo stesso modo, strizzando un po’ l’occhio al pop e non presentando mai accelerazioni, cambi di tempo o passaggi aggressivi che possano destare l’attenzione dell’ascoltatore.
Con la seconda “Lovable Sin” spunta il punto distintivo della voce di Lady Godiva, cioè una pienezza vocale che a tratti può ricordare quella di una cantante di colore. Caratteristica sicuramente interessante e in grado di distinguerla notevolmente dalla media delle singer gothic.
Con la quarta “Soul Desert” torna l’elettronica e i ritmi da discoteca in quello che è il brano forse più poppeggiante e commerciale del disco. Il risultato è sicuramente orecchiabile, ma se da una parte potrebbe far storcere il naso in quanto di metal in questa song non rimane molto, dall’altra c’è anche la sensazione che forse il pubblico mainstream considererebbe questo brano troppo di nicchia per apprezzarlo veramente.
“Intimate” presenta qualche passaggio più pesante e ispirato, che per pochi istanti lascia anche ben sperare. Purtroppo è solo un momento e la composizione, così come il resto dell’album, torna presto verso lidi già percorsi, già ascoltati, già copiati e, purtroppo, anche già criticati.
Dopo solo 5 brani su 12, sembra che la band abbia già detto tutto, e più di una volta. E questo non è sicuramente positivo. Anche perché il resto del cd si trascina stancamente nelle nostre orecchie nella speranza che qualcosa salti fuori, qualcosa che desti la nostra attenzione prima della naturale conclusione dell’album.
Speranza vana e la fine del cd arriva quando un po’ di noia già si è fatta strada in noi.


Per la chiusura di questa recensione torno all’intro. Tutto il progetto Godyva, come sempre più band nell’ambito gothic, ruota attorno alla sola voce della propria vocalist. Questo, una volta di più, risulta un po’ poco dato che un solo elemento del gruppo non può sostituire tutti gli altri. Se anche le qualità della singer fossero indiscutibili, comunque andrebbero valorizzate da una base strumentale dello stesso livello. Come, purtroppo, non sempre avviene.


Tracklist:
01 Dreams of a Child
02 Lovable Sin
03 In Good and Evil
04 Soul Desert
05 Intimate
06 Flame Flower
07 Purified
08 Cold
09 Aisthesis
10 Light at Last!
11 Broken Angel
12 Blue Shadows


Alex “Engash-Krul” Calvi

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