Recensione: In the Morgue of Angel

Di Daniele D'Adamo - 7 Agosto 2020 - 0:01

Ancora una volta viene proposto un matrimonio fra doom e death, e a officiarlo sono gli statunitensi Angel Morgue con il loro debut-album “In the Morgue of Angel”.

Rispetto a produzioni similari, c’è da osservare preliminarmente che la componente più estesa è quella del death; un fatto abbastanza anomalo poiché, appunto, il famigerato calderone doom/death, al contrario, ribolle di band che operano sostanzialmente nel doom per le quali, spesso e volentieri, non si sa perché venga nominato anche il death.

Detto ciò, una volta di più occorre evidenziare che un disco di debutto sigla l’autenticità di un ensemble in grado sin da subito di mostrarsi con ottima professionalità e carattere. Presumibilmente “In the Morgue of Angel” non passerà alla Storia per qualità evoluzionistiche, restando intrappolato in un underground di ottima qualità, tuttavia esprime in maniera compiuta quello che sono i Angel Morgue, osservati in una visione a 360°; capaci sin da subito di creare il loro marchio distintivo. Il che è significativo dell’innalzamento globale del livello tecnico (più che artistico) raggiunto dalle formazioni che approcciano per la prima volta a una produzione discografica ufficiale.

Tornando a “In the Morgue of Angel”, per quanto più su scritto, non deve ingannare il lento e mortifero andamento dell’opener-track ‘Lust Murder’. Essa apre il lavoro in puro funeral doom con un flavour più che buono, che permea le narici di quella particolare umidità che regna negli oscuri, bui anfratti in cui regna il nulla o, meglio, nelle anticamere che fungono da ingresso per gli inferni.

Molto coinvolgente il lento e profondo growling di Josiff Scurto che, quando la canzone alza improvvisamente i ritmi per fiondarsi nelle nere lande del death metal, si trasforma, anche, in un lacerante screaming. Altrettanto efficace il resto della formazione, allineato a uno standard senz’altro più che dignitoso anzi.

Sì è già accennato allo stile, eppure occorre approfondire il tema, giacché il combo di Manchester riesce nella non facile impresa di delineare in maniera marcata i limiti del proprio stile; stile che che fa della visionarietà uno degli elementi principali della sua essenza. In sostanza, una buona capacità di centrare i propri obiettivi con chiarezza – senza indecisioni di sorta, cioè – e un altrettanto buono stimolo sonoro affinché l’ascoltatore possa immaginare lugubri scenari di morte e disperazione, in cui regna la sofferenza e il dolore. Metafore che sono state ben concepite per dare la possibilità alle persone di scavare all’intero della loro anima, alla ricerca di quelle emozioni, sensazioni, che certamente emergono durante la vita di ciascun individuo.

Come accade peraltro in modo generalizzato, nondimeno, bisogna ancora una volta sottolineare la difficoltà, da parte dei gruppi che bazzicano il metal estremo, di comporre canzoni interessanti. Un’incapacità che deriva essenzialmente da un talento che si ha, o non si ha. Purtroppo per loro, gli Angel Morgue non sfuggono a questa trappola mortale. A parte l’incredibile attacco con un riff da devastazione totale, che deflagra all’improvviso nel letargico andamento di ‘Holocaust Perversions‘ per trascinare il quintetto USA nello spaventoso territorio dei blast-beats, poco altro resta da mandare a memoria. Sì, l’insieme delle song non è male, poiché segue lo stesso filo conduttore senza perdersi per strada, formando così un insieme compatto come il granito. In ogni caso vige una debolezza compositiva confermata dalla circostanza che il brano suddetto è quello più corto, temporalmente parlando, dell’intero LP. E, quindi, teoricamente, più adatto a un’immediata percezione della sua qualità ma non solo, anche quella in toto dei Angel Morgue, molto più a loro agio quando riescono a mantenere stretto il minutaggio delle tracce.

Disco globalmente più che sufficiente ma destinato solo e soltanto ai fan del genere.

Daniele “dani66” D’Adamo

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