Recensione: Interstellar Madness
Ad un anno esatto dall’ottimo “Beyond”, uscito il 23 maggio 2025, tornano a farsi sentire i Moonlight Haze, questa volta con un EP intitolato “Interstellar Madness”, dotato di un fantastico artwork (Beatrice Demori è una garanzia in tal senso!) e composto da 6 tracce per la durata totale di poco inferiore ai 22 minuti. Il disco è stato prodotto da un certo Sascha Paeth (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal mondiale!), mentre mix e mastering sono opera del mitico Simone Mularoni nei suoi sanmarinesi Domination Studio, ormai tra i migliori al mondo per il power metal. Da simili premesse era difficile che i Moonlight Haze potessero deludere, del resto il gruppo capitanato dalla sempre affascinante Chiara Tricarico, nel corso degli anni, ha saputo affermarsi come una garanzia assoluta nel power sinfonico. In questo chiaramente ha contribuito non poco il fatto che sin dalla sua fondazione nel 2018, la band è sempre rimasta coesa con la stessa formazione, fatta da gente esperta e navigata: Giulio Capone veniva dall’esperienza targata Bejelit ed aveva collaborato con tantissimi altri gruppi, Marco Falanga arrivava dagli Overtures (una delle band più sottovalutate di sempre!), Alberto Melinato dai Teodasia, mentre Alessandro Jacobi milita tuttora anche negli Elvenking, la stessa Chiara Tricarico, infine, veniva dai Temperance e, nel corso degli anni, ha raccolto numerose esperienze, tra cui anche niente meno che con gli Avantasia. E’ quindi indubbio che tutti i musicisti coinvolti in questa formazione siano di livello qualitativo superiore alla media, oltre che di notevole esperienza ed i risultati si vedono, anzi si sentono! Questo EP è semplicemente spettacolare, senza se e senza ma, non c’è una sola nota fuori posto o un solo attimo in cui la qualità scende sotto l’eccellenza! A partire dalla splendida “Moonlight Legion”, canzone che da sola varrebbe l’acquisto del cd, è tutto un susseguirsi di canzoni una più bella dell’altra, fino alla conclusiva strumentale “Interstellar Madness: Finale”. Proprio dall’opener “Moonlight Legion” è stato estratto il primo videoclip, per un brano spettacolare, ricco di melodie sopraffine e con la Tricarico che regala una prestazione sopraffina.
“Lost In Moonlit Symphonies” è un brano veloce e tirato (ottimo, come sempre, Giulio Capone con la batteria!) ed è un peccato che duri poco più di 2 minuti! La seguente “We Are Fire” è la classica canzone che sarà un cavallo da battaglia dal vivo nei concerti per coinvolgere tutto il pubblico nel coro da urlare tutti assieme; “Shine” è un’altra canzone molto breve, con ottime melodie che fanno pensare un po’ ai Temperance, decisamente orecchiabile e convincente. L’altro “pezzo forte” è la title-track “Interstellar Madness”, canzone di power sinfonico degna dei migliori Nightwish o Rhapsody, con ospiti di un certo spessore, come Eleonora Damiano (dai Requiem’s Embrace) tra i coristi, o anche Fabio “Lethien” Polo (degli Elvenking) nel quartetto d’archi; nel video, invece, è protagonista un certo Stefano “Stex” Sbrignadello (dei Great Master) nella veste di attore e non di cantante. Si tratta di un brano monumentale e magniloquente, ricco di atmosfere eleganti, in cui la Tricarico mette in mostra tutto il suo enorme bagaglio tecnico, passando da liricismi a vocals aggressive (c’è anche il growling!) senza alcuna difficoltà; colpisce anche la parte strumentale con tutti gli strumenti in splendida evidenza, dalle chitarre che ricamano assoli, al basso che è ottimo protagonista, passando per le tastiere e la batteria, senza dimenticare il quartetto di archi ospite; qui c’è semplicemente da mettersi comodi, piazzare le nostre cuffie a tutto volume, chiudere il mondo fuori e farsi trasportare dalla Musica (con la “M” maiuscola) sopraffina dei Moonlight Haze. Peccato che “Interstellar Madness” sia solo un breve EP, perché non oso immaginare cosa poteva venire fuori con un album vero e proprio, dato che abbiamo davvero il pericolo di creare dipendenza, perché pigiare ancora ed ancora il tasto “play” diventa quasi un bisogno per appagare la nostra mente…. Sarà il disco del 2026? La risposta è forse affermativa, di sicuro sarà difficile per chiunque altro fare di meglio!


