Recensione: Involution

Di Fabio Quattrosoldi - 5 Ottobre 2005 - 0:00
Involution
Etichetta:
Genere:
Anno:2005
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80

Gianluca Ferro nasce musicalmente alla fine degli anni novanta negli Arkhè, eccellente band italiana dedita a un progressive influenzato dai primi Dream Theater. Nonostante i diciannove anni di età, la sua verve chitarristica è già matura per tecnica e sobrietà. Sono poi seguite girandole di partecipazioni, prima nei Fiurach, in ambito estremo, poi nei Khali e nei Time Machine (di questi ultimi andatevi ad ascoltare almeno “Evil”, vale veramente la pena!) in ambito prog, e quindi nei Doomsword, in ambito epic. Infine l’esordio come solista con questo “Involution”, un lavoro di fusion (nel genere ho indicato genericamente heavy) che mesce in modo personalissimo le influenze maturate negli anni con un inedito piglio modernista. Gianluca schiva soluzioni easy listening e si diverte a mescolare gli ingredienti più stravaganti e difficili per servirci un piatto da gustare con infiniti ascolti. All’album partecipano ospiti illustri quali Alessandro del Vecchio alla tastiera e Scott Mcgill alla chitarra.

Informal Logic esordisce con un massiccio riff metal, accompagnato dalle tastiere avveneristiche di Alex del Vecchio, con le quali Gianluca dialoga in rapidi solismi. Al cambio di riff si inserisce la fase solista, dapprima rilassata e melodica con azzeccate scelte espressive, poi le chitarre si brutalizzano e Gianluca ci dà dentro coi virtuosismi, inserendo passaggi ultratecnici sostenuti da ben cinque cambi ritmici differenti. Un pregevole assolo di tastiera di Alex del Vecchio, apre a Scott Mcgill che chiude, con la sua pulitissima plettrata, un brano spettacolare. Oscuri arpeggi aprono Q3; stop and go dannatamente heavy si sovrappongono ad essi. L’atmosfera diviene opprimente e sfocia in una fase che riporta alla memoria i Meshuggha più dilatati di “Destroy Erase Improve”. Il lungo assolo di Ferro, funambolico e spettacolare, è un compendio di legati. Anche in questo caso la chiusura è lasciata a Scott Mcgill, con una prima fase rumoristica seguita da una stravagante partitura che conferma l’estro del chitarrista americano. Chitarre dal sapore cyber-trash e una base tastieristica industrial aprono Mechanized Consciousness Algorithm. L’ombra di Fear Factory e Meshuggha aleggia sul brano (già a partire dal titolo), come sottolinea lo stesso Ferro nella presentazione della song scritta nel booklet. Molto personali i soli. Venti secondi di rasoiate indistrial-grind chiudono la song nel modo più brutale possibile. Si tira un po’ il fiato con la successiva satrianeggiante If You Follow Me che scaccia un po’ di demoni dai solchi dell’album, grazie a preziose melodie chitarristico-tastieristiche. Non inganni la dolcissima apertura di Armonia Drink: presto tornano in primo piano le ritmiche schiacciasassi dei primi brani. Doppia cassa e eccitazioni solistiche. Purtroppo gli eccessivi filtraggi e lo smodato uso dell’elettronica tagliano le gambe alla song che non ha modo di deflagrare in tutta la sua potenza. Il basso slappato di Thomas Plebani apre l’eccellente Abstract Knowledge Level e marca a fuoco con la sua persistente presenza un brano che trasuda energia da tutti i pori. Ferro divide la ribalta con Alessandro del Vecchio che, alla tastiera, ha modo di mettere in mostra il proprio talento con interventi di grande dinamismo. Con Jabba si vola ancora più in alto. La ritmica in sette corde dell’apertura è semplicemente devastante: cattiva e opprimente quanto basta, e abbinata a variazioni melodico-ritmiche che ne esaltano l’efficacia. Ferro inserisce eterei arpeggi che donano grande emotività al brano. Gli assoli sono sbalorditivi per tecnica ed efficacia, a conferma del fatto che, senza esagerazioni, Ferro è attualmente uno dei più talentuosi chitarristi europei. I tasti d’avorio di Del Vecchio chiudono malinconicamente il brano di “Involution” che preferisco. Focus nasce come esercizio d’improvvisazione. Jazz nella prima parte, con gli assoli di Ferro; progressive nella seconda, con il pulsare del basso di Alberto Bollati e il solo di Alessando Del Vecchio; infine si torna al jazz con solisti Del Vecchio e McGill. Chiude l’atmosferica Aisthesis con il chitarrista nostrano che incanta per feeling ed espressività, dividendosi fra acustica ed elettrica. Gianluca Ferro ha firmato un eccellente album strumentale che affida la propria riuscita non solo al virtuosismo ma soprattutto a un songwriting variegato ed equilibrato nelle partiture ritmiche, riuscendo a sposare nitidezza esecutiva, maestose melodie, riff di impatto estremo e atmosfere aliene. Si tratta pertanto di un ascolto assai godibile sia per gli amanti della sei corde, che difficilmente troveranno altrove un mix tanto originale (ma ben più riuscito, per esempio, di un “Engine Of Creation”), sia per i metallari che potranno “accarezzare” le orecchie dei vicini alzando a manetta il volume dello stereo.

Tracklist:
01. Informal Logic
02. Q3
03. Mechanized Consciqueness Algorithm
04. If you Follow Me
05. Ammonia Dainh
06. Lame’s Waltz
07. Abstract knowledge Level
08. Jabba
09. Focus
10. Aisthesis

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