Recensione: Iron Blessings

Di Eugenio Giordano - 19 Luglio 2004 - 0:00
Iron Blessings
Band: Sacred Steel
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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73

Il metal tedesco ha sempre trovato nei Sacred Steel cinque alfieri inarrestabili, il loro metal frontale e devastante ha conquistato i metallari più coriacei e inossidabili come il sottoscritto e il loro nuovo disco, il quinto in studio, intitolato “Iron blessings” è uno dei platter centrale di questa estate metallica, senza dubbio la band tedesca ha dato alle stampe un lavoro tradizionalmente devastante.

Li ho conosciuti di persona qui a Torino quando erano di spalla ai Primal Fear, pochi li conoscevano all’epoca, ma per me erano già dei miti viventi, e posso assicurarvi che i testi delle loro canzoni riflettono il loro stile di vita, la loro filosofia. Siamo già arrivati al quinto disco in studio per i Sacred Steel, questo “Iron blessings” è l’ennesimo monolito di metallo incendiato, devastante e inarrestabile. Non aspettatevi innovazioni, e non cercatele nemmeno, i Sacred Steel non hanno mosso di una virgola il loro modo di concepire il metal, ostinatamente hanno continuato per la loro strada. Il trademark dei nostri, nel caso non lo conosciate, è incentrato su pezzi semplici, frontali, giocati su riff di chitarra potentissimi e crescenti. Le linee vocali del “felino” Gerrit P Mutz sono anche in questo caso la maggiore carattersitica distintiva dei Sacred Steel, la sua timbrica è inconfondibile, il vero tratto distintivo della band tedesca. Anche in questo nuovo “Iron blessings” i Sacred Steel puntano su ritornelli travolgenti, dai toni epici e guerrieri, parole da memorizzare al primo ascolto come un giuramento. Senza dubbio “Iron blessings” è un platter live oriented che offre alla band una track list assassina con la quale conquistare le platee del vecchio mondo. Se proprio dobbiamo distinguere una differenza rispetto al precedente “Slaughter prophecy” possiamo cercarla nell’approccio meno oscuro degli arrangiamenti, si tratta di una sensibile differenza, in ogni caso i Sacred Steel sono sempre gli stessi beceri adorabili di sempre. La produzione è essenziale, giacata sulle chitarre ritmiche taglienti e affilate come spade, la sezione ritmica è devastante e dinamica, in questo senso “Iron blessings” sprigiona un’energia incontenibile, si sentono raramente platter corazzati fino a questo punto. Io penso che il metal tedesco (quello che qui da noi qualcuno chiama simpaticamente “Becer Metal”) trovi nei Sacred Steel la sua incarnazione massima, una vera consacrazione.

Senza tante cerimonie i Sacred Steel attaccano in quarta con l’opener “Open wide the gate” e le porte di “Iron blessings” si spalancano letteralmente, il metal quadrato dei nostri cinque appare subito diretto ed efficace, l’impiego di linee vocali in growling, affiancate alla classica interpretazione di Mutz, non fanno che aumentare l’impatto devastante del brano. Sono botte da orbi anche nella successiva “Your darkest savoiur” un nuovo esempio di metallo rovente e sparato in faccia senza tanti giri di parole e compromessi. I toni classici dei Sacred Steel emergono più chiaramente in “Scream of the tortured” dove il refrain del ritornello richiama l’epic metal americano in maniera comunque molto brutale e diretta. Ottima “At the sabbath of the possessed” con il suo coro immediato promette sfaceli inimmaginabili dal vivo e si piazza tra le migliori canzoni del gruppo tedesco. Le contaminazioni black metal della sezione ritmica e le troppo invadenti vocals in growling rovinano la forma di pezzi potentissimi come “Anoited by bloodshed” e “Victory of black steel” che potevano essere presentate in maniera più ortodossa dalla band tedesca. Poco male perchè con la successiva “I am the conqueror” i Sacred Steel riescono a fondere lo stile di epic metal band come The Lord Weird Slough Feg alla potenza di colossi tedeschi come gli Accept del vigoroso “Predator”, l’impatto è distruttivo. Anche “Crucified in heaven” mantiene una ossatura poderosa sebbene in non appartenga di fatto al background dei cinque tedeschi, anche in questo caso si percepiscono invadenti echi black che rendono il pezzo molto violento. L’esperimento epic doom “The chains of the nazarene” possiede senza dubbio una caratura notevole anche se dopo qualche passaggio risulta piuttosto ripetitivo, comunque è apprezzabile il tentativo di variare un minimo il tenore ritmico, costantemente tellurico, del disco. Eccellente la conclusiva “We die fighting” un vero metal anthem che poteva essere piazzato all’inizio del disco invece che al fondo, qui gli amanti dei Sacred Steel andranno in estasi gridando le parole del ritornello a squarciagola sotto al palco.

Posso dire che “Iron blessings” è davvero un bel platter senza compromessi, la costanza della band tedesca è evidente sebbene siano lontani capolavori come “Wargods of metal” o “Bloodlust”. I Sacred Steel si sono spinti verso un suono ancora più arcigno e brutale, senza dubbio apprezzabile da parte del grande pubblico sebbene i puritani come me preferissero i canoni classici dei primi dischi della band. In ogni modo questi cinque spaccano di brutto e vi consiglio caldamente di ascoltare questo disco, se ancora non li conoscete vi siete persi un mito.

1. Open Wide the Gate 04:57
2. Your Darkest Saviour 03:59
3. Screams of the Tortured 03:56
4. At the Sabbat of the Possessed 03:42
5. Beneath the Iron Hand 05:07
6. Anointed by Bloodshed 03:39
7. Victory of Black Steel 04:52
8. I am the Conqueror (Come and Worship Me) 04:14
9. Crucified in Heaven 04:02
10. The Chains of the Nazarene 06:38
11. We Die Fighting 03:17

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