Recensione: Karma

Di Marco Donè - 21 Marzo 2024 - 6:00
Karma
Band: Myrath
Etichetta: earMUSIC
Genere: Power  Progressive 
Anno: 2024
Nazione:
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C’erano una volta i Myrath. Iniziamo la nostra analisi di “Karma” così, con questa frase, con il chiaro intento di evidenziare un netto distacco tra presente e passato della formazione tunisina. Sì, perché i Myrath del 2024 non sono quelli che imparammo a conoscere nel 2011, quando la band capitanata da Malek Ben Arbia si impose sulla scena internazionale grazie a un disco del calibro di “Tales of the Sands”. In quel lavoro la compagine nordafricana era riuscita a mescolare un certo tipo di power-prog – carico di pathos, che in più di qualche frangente riportava alla mente i Kamelot più ispirati – alle tipiche melodie della musica araba. L’arabo, alternato all’inglese, inoltre, veniva utilizzato nei testi delle canzoni, interpretati da un Zaher Zorgati in forma strepitosa. In quel disco il cantante utilizzava le tecniche occidentali e inseriva le tipiche modulazioni vocali della tradizione magrebina. Un album che, grazie a tutte queste caratteristiche, sorprese e conquistò gli appassionati. “Tales of the Sands” ci regalò una proposta fresca, emozionante, in cui la melodia ricopriva un ruolo fondamentale nell’evoluzione di ogni singola traccia. I consensi non tardarono ad arrivare e i Myrath si ritrovarono catapultati nei piani alti del metallo pesante (qui un nostro speciale sulla formazione tunisina). Il passaggio successivo fu “Legacy”, un disco più ragionato, più attento alla melodia, con degli arrangiamenti curati in maniera maniacale. Un lavoro che sfiorava la perfezione, ma che risultava meno istintivo e spontaneo. Una sensazione che apparve ancora più marcata con il successivo “Shehili” in cui, oltretutto, la componente araba risultava meno presente rispetto al passato. Qualità e tecnica continuavano a toccare vette elevatissime, ma i Myrath di “Shehili” risultavano più “occidentali”. Era come se gli elementi arabi fossero stati relegati a un ruolo di contorno, facendo perdere ai Myrath quella particolarità, quella caratterizzazione che li aveva resi unici.

Perché questa lunga premessa?

Perché il nuovo “Karma” accentua ulteriormente questo percorso di stacco nei confronti del passato. La componente arabeggiante viene quasi eliminata dal sound dei Myrath, vuoi per la dipartita di Elyes Bouchoucha (come ampiamente approfondito qui), vuoi per una visione nuova all’interno della band. E quindi? Come suona “Karma”? Beh, come un disco diverso da quanto ci saremmo aspettati. Ma, come sempre, arriviamoci per gradi.

In “Karma” le melodie e gli arrangiamenti vengono sviluppati con un’attenzione maniacale, nulla è lasciato al caso. Tutto è ricercato e curato in ogni minimo dettaglio. I Myrath si presentano in stato di grazia, con un Zaher Zorgati che sembra aver raggiunto la definitiva maturità. E non a caso, in “Karma”, mette a segno la sua migliore prestazione su disco. Credo basti citare ‘Into the Light’, o ‘Let It Go’, per avvalorare quanto appena affermato. E il basso di Anis Jouini? Definirlo devastante è dire poco: il musicista si mette al servizio della struttura canzone, ma lo fa con estrema personalità, ritagliandosi parti da protagonista, senza risultare invadente. Morgan Berthet è la solita macchina da guerra dietro le pelli e Kevin Codfert alle tastiere è un’assoluta sicurezza. Le sue orchestrazioni risultano fondamentali per lo sviluppo delle canzoni anche se, in alcuni frangenti, vanno a sovrastare la chitarra di Malek Ben Arbia. I pezzi si rivelano carichi di pathos, dal forte spessore emotivo, trovando in alcuni capitoli elementi di contatto con il power-prog contemporaneo, in altri con un certo rock melodico di classe. Oltre alle già citate ‘Into the Light’ e ‘Let It Go’, segnaliamo anche la stupenda ‘Wheel of Time’, che acquista fascino ascolto dopo ascolto, grazie a un ritornello e a un crescendo azzeccatissimo. Senza scordare la stupenda ‘Heroes’, il cui refrain strappaorecchi entra subito in testa per non uscire più.

Presentato in questo modo “Karma” appare come un disco riuscito. Ed effettivamente lo è. Impossibile dare un giudizio negativo a un lavoro così ben strutturato, elegante e ricercato, enfatizzato da una produzione grossa e cristallina, al passo con i tempi. Eppure, nonostante questo, qualcosa non ci convince appieno. L’aver ridotto la componente araba ci consegna dei Myrath diversi. Tecnicamente e qualitativamente impeccabili, ma non più unici come ce li ricordavamo. La band rimane facilmente riconoscibile e personale, ma appare più “occidentale”. È come se avesse perso il proprio terroir. A questo, poi, si aggiungono una manciata di canzoni che, nella continua ricerca della perfezione, finiscono per appesantire l’ascolto. Basti pensare a ‘Temple of Walls’ e ‘The Empire’. Discorso a parte merita ‘Child of Prophecy’: traccia un po’ troppo mielosa, che su disco, dopo alcune rotazioni, perde parte del suo fascino. Una canzone che, molto probabilmente, dal vivo saprà dare molto di più. “Karma”, insomma, si rivela come un disco troppo patinato, in cui l’eccessiva attenzione per il dettaglio ha fatto perdere per strada l’istintività.

Ed è proprio quest’ultima riflessione che ci lascia un po’ di amaro in bocca. Sia chiaro: “Karma” è un disco di valore, sarebbe un’eresia dire il contrario. Purtroppo, però, la spontaneità di “Tales of the Sands” e la sua originalità ci avevano consegnato una band di livello superiore, tanto che i Myrath sembravano davvero provenire da un’altra dimensione. Su “Karma”, invece, i tunisini appaiono più “umani”, perdendo quella capacità di stupire e stregare l’ascoltatore propria “degli esseri superiori”. Se ci fosse lo Zarathustra di Nietzsche a dare un commento su “Karma”, credo userebbe la sua classica espressione: “Umano, troppo umano”. La speranza è che i Myrath, dopo questo piccolo rallentamento nel loro percorso di crescita, possano presto recuperare il proprio estro e tornare a consegnarci un nuovo gioiellino immortale.

Marco Donè

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