Recensione: Keepers of the Flame

Di Stefano Usardi - 23 Luglio 2020 - 0:01
Keepers of the Flame
Band: Greyhawk
Etichetta:Fighter Records
Genere: Heavy 
Anno:2020
Nazione:
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73

Piccolo indovinello: da un gruppo che si chiama come una delle prime ambientazioni di Dungeons & Dragons, schiaffa in copertina una quantità allarmante di clichés fantasy (e non solo) vecchi di quasi quarant’anni e che intitola il proprio debutto Custodi della Fiamma cosa mai ci sarà da aspettarsi? Ebbene sì, signore e signori: un sano e rombante heavy metal della vecchia scuola, che continua a guardare al passato glorioso (leggasi i primi anni ’80) ma non disdegna di mettersi in competizione con le nuove leve della scena, Visigoth e Gatekeeper in testa!
Keepers of the Flame” è l’altisonante titolo del debutto dei Greyhawk, quintetto di Seattle che non fa mistero del proprio amore per il Vero Metallo, quello cromato e muscolare infarcito di melodie potenti e una carica anthemica sopra i livelli di guardia. Durante i tre quarti d’ora scarsi dell’album, infatti, i nostri snocciolano una dopo l’altra tutte le principali declinazioni del metallo classico, tributando i giusti onori ai vari Judas Priest, Dio, Iron Maiden, Jag Panzer, Manowar, Omen, Mercyful Fate e chi più ne ha più ne metta ma senza mai scadere nella vuota scopiazzatura. È proprio il sapiente equilibrio tra i vari aspetti della proposta e soprattutto l’accortezza con cui vengono dislocati nella scaletta che rende “Keepers of the Flame” così godibile, mantenendo come base riff grintosi, una batteria arrembante sostenuta da un basso propositivo e un vocione belligerante che, quando non impegnato in un falsetto di King Diamond–iana memoria, mi ha ricordato in più di un’occasione quello dei connazionali Visigoth.
Al di là dell’immagine un po’ naif a cui ero stato indotto a pensare dalla copertina dell’album, talmente piena di stereotipi “old school” da sfiorare l’allarme, devo dire che “Keepers of the Flame” mantiene le sue promesse, garantendo un buon tasso di coinvolgimento per tutta la sua durata grazie a un tiro diretto e senza fronzoli che, però, cela in sé un’autentica passione per il genere e un desiderio di far rivivere un determinato periodo storico senza alcuno stucchevole retrogusto nostalgico. Qualità interessante dei Greyhawk è la loro capacità di mescolare in un unico calderone influenze diverse, punteggiando le tracce di gustosi cameo sonori che le profumano di un’aria familiare, accostabile a questo o quel gruppo ma senza far pensare a un plagio.

Dopo un’intro dal sapore sci–fi si parte subito con la cafonaggine di “Frozen Star”, cavalcata imperiosa in cui una certa dinamicità si sposa con toni anthemici e vagamente trionfali. Un incipit in odor di Judas Priest apre invece “Drop the Hammer”, brano teso in cui chitarre agguerrite intessono un tappeto sonoro tagliente su cui, poi, si innestano voci minacciose. I ritmi si smorzano leggermente con la successiva “Halls of Insanity”, brano più scandito la cui melodia portante si carica di una vena inquieta, senza perdere però la propria ammiccante muscolarità. “The Rising Sign” si carica ancor più di toni cupi, sviluppandosi come una traccia lenta e velatamente lugubre su cui aleggia lo spettro dei Sisters of Mercy. Questo sentore gothic rock si acuisce col procedere del minutaggio, mentre il brano guadagna personalità grazie a brevi squarci che ne punteggiano l’atmosfera sulfurea e ad un crescendo finale molto azzeccato. “R.X.R.O.” è una strumentale utile per fomentare i fan di Malmsteen ma che, nonostante il suo essere fin troppo fine a se stessa, riesce comunque a ricoprire piuttosto bene il suo ruolo di intermezzo tra le due metà dell’album, fungendo da apripista per uno dei gioiellini di “Keepers of the Flame”, la propositiva “Don’t Wait for the Wizard”. La traccia si regge su un classicissimo riff – che tanto sa di Iron Maiden – e dispensa cafonaggine e fomento battagliero grazie a strofe e ritornelli trionfali raccordati da accelerazioni bellicose, salvo chiudersi con un mood tipicamente hard rock. Si passa ora a “Black Peak”, traccia più lunga del lotto che, fin da subito, mette le cose in chiaro sul risultato che vuole ottenere. I tempi rallentano e il tono si vela di una cupa e solenne malinconia. Dopo un intermezzo dai toni epicheggianti la traccia guadagna corpo nel finale, irrobustendosi quanto basta per diventare una bella cavalcata ed aprire la strada alla successiva e hard rockeggiante “Masters of the Sky”, anch’essa sostenuta da riff smargiassi e da un basso pulsante dalle inflessioni quasi blues. “Ophidian Throne” punta su una resa più aggressiva e anch’essa classicamente heavy, ma perde punti per colpa di una voce a mio avviso troppo impostata, che forse non sfrutta appieno la sua carica strumentale. Chiude le danze la title track, introdotta da un arpeggio dilatato e vagamente onirico, che poi si sviluppa come un classico inno da guerrieri del metallo, tutto cori e ritmi compassati, che fa della carica anthemica il suo fulcro portante.

Keepers of the Flame” è un bell’esordio, gustoso e accattivante, che dietro la sua ingenuità di facciata nasconde una passione sincera per il metallo e capacità compositive di tutto rispetto. Un gruppo che tutti i defender farebbero bene a tenere d’occhio.

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