Recensione: Leviathan

Di .:Wicker Man:. - 3 Ottobre 2005 - 0:00
Leviathan
Band: Mastodon
Etichetta:
Genere:
Anno:2004
Nazione:
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89

Di tutto ci si può aspettare da una band che ha deciso di dedicare un album a uno dei più celebri romanzi mai scritti, “Moby Dick” di Herman Melville. Di certo, non ci si aspetta che riescano a rendere ogni sensazione che trasuda dal libro, dal mare in tempesta alla furia di Ahab, per terminare con la battaglia tra la baleniera e la Balena Bianca – o il “Santo Graal”, come i Mastodon amano chiamarla nel brano di apertura dell’album. 

“Blood And Thunder” si apre con un riff di chitarra semplicissimo e devastante, che viene poi condito dall’entrata in scena della precisissima batteria di Brann Dailor e dalla possente voce del cantante/bassista Troy Sanders. “I Am Ahab” procede sulla stessa scia, rallentando un po’ il ritmo e appesantendo i toni, chiudendo bruscamente come nella traccia precedente. Già nell’intro di “Seabeast” si evidenzia la passione per i riff inconsueti dei chitarristi Brent Hines e Bill Kelliher e la batteria di Brann Dailor trova modo di esprimersi al meglio nella rabbiosissima “ìsland”. Chiusa “ìsland” si fa spazio l’intro di batteria dell’accattivante “Iron Tusk” (da notare come Brann Dailor riesca sempre a emergere) con riff un tantino più consueti di quelli delle altre canzoni. Decisa e potente, “Iron Tusk” è un piccolo gioiello thrash che sa di progressive rock in stile Rush, e nei tre minuti di questa canzone i Mastodon riescono a esprimere tutti sè stessi. In “Megalodon” i toni si alleggeriscono di nuovo, mantenendo però quello stato di ansia che aveva dominato le canzoni precedenti ad “Iron Tusk”, con cambi di tempo inattesi e strane sonorità. 

Quindi segue una triade di canzoni che sembrano uscite da un film di alta tensione – purchè abbia una colonna sonora di buona qualità ovviamente. “Naked Burn” fin dall’inizio inquieta l’ascoltatore con una certa vena melodica e un ritmo differente da quello sfrenato di “Seabeast” – che viene però ripreso in “Aqua Dementia”, impreziosita dalla presenza della voce di Scott Kelly (Neurosis). Kelly influisce pesantemente il brano, rendendolo aggressivo in una maniera che ricorda i suoi Neurosis. Il capolavoro di Leviathan è però la splendida “Hearts Alive”, dove la tendenza al progressive rock che si era evidenziata negli altri pezzi si manifesta in tutta la sua maestosità: in tredici minuti di sperimentazione sonora ogni strumento dà il meglio di sè, anche se il basso si mantiene dietro le quinte. Le chitarre esplodono di creatività e creano dei pezzi di grande valore espressivo e compositivo. Al termine della canzone, un accordo lasciato in fade out sfocia nell’ultima traccia di “Leviathan”: “Joseph Merrick”, un pezzo strumentale suonato con una chitarra acustica, una chitarra elettrica leggermente “sporca”, una batteria che lentamente scandisce il ritmo e qualche effetto di tastiera che rende bene la sensazione del mare placatosi dopo la tempesta. 

Che con questa traccia conclusiva abbiano raggiunto la pace che freneticamente cercavano nei ritmi cangianti delle altre canzoni? Che nella catarsi della calma abbiano trovato il loro Santo Graal, abbiano raggiunto la loro Balena Bianca?

Degni di nota, oltretutto, sono i testi, molto profondi e colti, e la copertina dell’album, il cui progetto grafico è veramente ammirevole.

 

Tracklist:

1. Blood & Thunder
2. I Am Ahab
3. Seabeast
4. Island
5. Iron Tusk
6. Megalodon
7. Naked Burn
8. Aqua Dementia
9. Hearts Alive
10. Joseph Merrick

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