Recensione: Liturgy of Death

Di Alessandro Rinaldi - 1 Febbraio 2026 - 0:03
Liturgy of Death

A sette anni di distanza dall’ottimo Daemon, tornano i Mayhem, una delle band più iconiche del panorama della musica estrema, con Liturgy of Death, la cui uscita è in concomitanza con l’inizio del Death over Europe, tournée con Marduk e Immolation che inizierà il 5 febbraio a Groningen (Olanda) e terminerà il 28 febbraio a Gothenburg (Svezia), passando anche per l’Alcatraz di Milano il 17 febbraio.

A quarant’anni di distanza da Pure Fucking Armageddon, i Mayhem ci presentano Liturgy of Death. Nel cristianesimo, la liturgia della morte è un insieme di riti che accompagnano il defunto ed i suoi congiunti, nella speranza della resurrezione, in cui la fine della vita in questo mondo viene rappresentata come un passaggio verso la vita eterna. Questo concetto viene stracciato dai Mayhem e plasmato secondo il pensiero dell’umanesimo luciferino: la morte non è la fine di tutto e palesa la fragilità dell’essere umano, il quale, avendo a disposizione un tempo limitato su questo piano, deve vivere al massimo delle sue possibilità, emancipandosi proprio da quel sistema di privazione e mortificazione che è alla base del pensiero cattolico – proprio perché ogni azione, sia essa buona o cattiva, ricade nel silenzio eterno.

Century Media Records ha fatto un grandissimo lavoro di marketing presentando l’album in diversi formati, edizioni limitate – di cui una deluxe – con un meraviglioso artwork.  opera del nostro Daniele Valeriani, che esprime al meglio l’anima di Liturgy of Death: su quello che sembra un altare rituale, troviamo un teschio (simbolo della caducità della vita) in primo piano, contorniato da alcuni oggetti che richiamano il motivo principale del disco, tra cui il XIII arcano maggiore, la Morte, una rana crocefissa, una candela, e una clessidra che ha consumato il tempo a disposizione.

Liturgy of Death si compone di otto canzoni per un totale di quasi 50 minuti che diventano 60 con le due bonus track, presenti in alcune versioni. Si parte con Ephemeral Eternity, che vede la partecipazione di Garm, degli Ulver: un attacco frontale alle radici culturali della cristianità, che distrugge il concetto di eternità, tanto nelle parole quanto nelle note che l’accompagnano. Despair rappresenta il momento in cui la morte non è temuta ma va compresa: ha un sapore arcaico, perduto, profondamente viscerale che ha le sue radici nell’essenza prima dell’essere umano, musicalmente fedele alle sonorità più classiche, ruvide e veloci. In Weep for Nothing, primo singolo dell’album, Hellhammer è posseduto dal Diavolo: un drumming sensazionale per velocità e qualità, allineato con il nuovo corso intrapreso da Daemon. Aeon’s End rafforza l’essenza di Liturgy of Death, usando la figura della divinità greca che rappresenta l’eternità del tempo, Aeon per l’appunto, per ucciderla e invitare l’essere umano a vivere nel presente, e le note assumono tante lame caligoniane che trafiggono mente, cuore e spirito di chi ascolta, omaggiando i fan di vecchia data con sonorità della prima tradizione. Più dolce e ritmata Funeral of Existence in cui, tra le fiamme dell’Inferno, si erige Hellhammer, con una prova suntuosa, tra blast beat e cambi di tempo, su cui Ghul  e Teloch tessono trame davvero molto interessanti: una composizione che mostra come  si possa fare dell’ottimo black metal senza spingere sull’acceleratore. Furente, rabbiosa, e speculare rispetto al il precedente passaggio,  Realm of Endless Misery riporta l’ascolto sugli standard della band, con ritmi serrati, growl cavernoso e rappresenta un altro esempio del pessimismo cosmico. Se Propitious Death sembra essere trapiantata da Daemon in questo disco, The Sentence of Absolution è pura poesia luciferina: la batteria – strumento che potremmo considerare primordiale e quindi ritualistico – assume un ruolo centrale nella composizione, ha un incipit cupo, tetro e claustrofobico, che diventa aspro e tagliente, mostrando pietà per il condannato. Chiudono le due bonus track:  Life Is a Corpse You Drag (scelta come terzo singolo) è una gemma che purtroppo resterà nascosta a molti, mentre  Sancta Mendacia è un altro brano “a tutto Hellhammer” che non aggiunge o toglie al full-length.

Dietro Liturgy of Death si cela un grande quesito: dopo quarant’anni, si può fare ancora un ottimo disco black metal, restando fedeli a se stessi?

Cari lettori, la risposta è tutt’altro che semplice perché dai Mayhem ci si aspetta sempre un seguito di De Mysteriis Dom. Sathanas, il disco più importante del black metal, che rappresenta comunque un pesante fardello con cui fare i conti ad ogni nuova uscita. La contestualizzazione storica, quindi, è un aspetto che non possiamo trascurare quando si cerca di analizzare eventi importanti e di comprenderne le cause. Oggi, quel mondo non c’è più, quindi, non ci sono più quei Mayhem: ogni tentativo nostalgico di recuperare quel passato, diventa tanto patetico quanto qualunquista. Quei tempi, per buona pace di tutti, non esistono più, ed è una realtà con cui bisogna fare i conti. De Mysteriis Dom. Sathanas aveva la sua raison d’être, negli anni ’90, ma oggi, no. I quattro decenni di attività, attraverso musica, idee, sogni, sangue, concerti, sesso, suicidi ed omicidi, ci hanno consegnato,  non degli improvvisati mestieranti, ma dei meravigliosi quanto sopraffini artigiani del black metal che sanno presentare ad un’esigente e difficile fanbase un prodotto valido che ha un’anima tradizionale e una forma moderna, fedele tanto a quella pietra miliare del ’94 quanto a Daemon, rispetto al quale ha un suono più maturo, definito e delineato, quindi più evoluto. Sicuri, che molte band, saprebbero fare di meglio dopo tutto questo tempo?

L’ésprit di Liturgy of Death, è pertinente al tracciato segnato da Euronymous negli anni ’80, ovvero quello di scuotere il mondo, con messaggi forti e in netta contrapposizione con tutto ciò che rappresenta il concetto di normalità – inteso come evento più frequente – della società, sfidandola, minandole le basi.  E questo, non è black metal?

Un po’ come l’Uroboro, la natura stessa di Liturgy of Death è… Liturgy of Death stesso.

Sine fine.