Recensione: Lunar Eclipse

I debut-album, da sempre, sono le pietre miliari delle carriere di band che si ritrovano al punto zero della loro esistenza. Un punto da cui può svilupparsi una vita dorata, oppure no. Nel caso in esame, “Lunar Eclipse” è il primo full-length dei Cult Of The Moon, giunto a tre anni dalla nascita dei medesimi. E da qui si parte.
Il genere? Melodic death metal. Diverso da quello classico proveniente dal Nord Europa in tutto e per tutto, questo occorre sottolineato immediatamente, tanto è il distacco dalle forme tradizionali ben note in tutto il Mondo (Dark Tranquillity, At The Gates, Insomnium e tanti altri ancora). La formazione israeliana, difatti, propone uno stile che s’intreccia parecchio con il black (con qualche richiamo qua e là all’heavy metal), tant’è che molti lo confondono con il melodic black metal.
Il che non è poiché sì, certamente, l’influenza della parte più nera del metal estremo si fa sentire come una specie di rumore di fondo, retaggio, magari, dei primissimi istanti successivi al big bang del 2022. Del resto, la voce roca di Andrey Kogan si attesta sulle harsh vocals e non sul growling, altro indizio che suffragherebbe un’ipotetica appartenenza al cerchio del black metal. Tuttavia, da sole, le linee vocali non bastano certamente a delineare un sound che, invece, senza ombra di dubbio, fa parte nel suo complesso della grande famiglia del death metal.
Sound che, così come concepito, rimanda a uno stile piuttosto originale, nel senso che la riconoscibilità dei Nostri, in ordine alla marea di act che fluttuano ai margini del metallo oltranzista, è più che sufficiente a disegnare un marchio di fabbrica i cui tratti sono diversi da quelli di tutti gli altri. Non si tratta di una rivoluzione artistica o di una spiccata evoluzione tuttavia, semplicemente, della messa a giorno precisa e puntuale di ciò che alberga nelle feconde menti di Kogan & compagni.
Detto questo, non si può non rimarcare il fatto che la melodia è uno, se non il primo, dei tratti di cui si è detto più sopra. Semplice, orecchiabile e diretta, s’infila deliziosamente fra i gangli cerebrali per un piacere di ascolto di alto livello. E questo è uno dei punti forti del quartetto originario di Israele ma ora di stanza negli USA e in India: creare melodiosità in maniera istintiva, immediata ma soprattutto mai stucchevole. Non è certo musica da supermercato, insomma.
Per di più, la musica stessa si allinea alle tematiche del disco, incentrate sulla Luna, derivando con ciò un’alea atmosferica che permea, trafigge, trapassa tutte le canzoni senza eccezione alcuna. Atmosfera che declina in emozioni dallo spiccato senso di tristezza, malinconia o, meglio, nostalgia. Seguendo questo leit motiv, i Cult Of The Moon elaborano la loro idea musicale su una base granitica, erigendo un cupo muro di suono tirato su, in primis, dalle esplosioni dei violentissimi blast-beats generati dagli arti di Morax Netz (“Sheol“).
Non solo lui, però. Il merito della bontà del suono è da attribuire sia alla chitarra solista di Roman Klebanov, abile nel ricamare assoli in taluni casi spettacolari come in “The Dawn That Never Comes“, sia a quella ritmica di Kogan, che cuce riff duri, poderosi (“Flames of Retribution“). Ma pure al basso di Alfred Samuel, che inspessisce come si deve il ridetto suono e contribuisce ad alimentare l’anima armonica dell’LP (“Sun Offering“).
Canzoni che, in toto, sono significative del valore del platter. Lineari nella loro struttura e quindi facilmente inquadrabili nonché obbedienti ai dettami fondamentali del platter medesimo, si distinguono in modo netto l’una dall’altra, tant’è che è un esercizio che non necessita di sforzi particolari mandarle a memoria, anche solo dopo pochi passaggi sotto il laser o nel lettore mp3. Ottimo risultato anche questo.
“Lunar Eclipse” è un’opera prima di elevato valore tecnico/artistico che pone i Cult Of The Moon fra le migliori band emergenti di questo 2026. Una domanda, infine, che spesso è la stessa: «perché una compagine di questo livello, capace di produrre da sola un disco che suona in maniera pressoché perfetta, non ha ancora un contratto discografico?». Chi sa, risponda.
Daniele “dani66” D’Adamo
